L’Industrial Accelerator Act di Bruxelles, via libera agli incentivi solo per i prodotti made in Europe

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Dopo settimane di attesa e continui rinvii che avevano alimentato più di una polemica, la Commissione Europea ha rotto gli indugi e presentato ufficialmente, nella giornata del 4 marzo, la tanto discussa proposta per l’Industrial Accelerator Act, meglio noto con l’acronimo Iaa. Si tratta, per chi segue le dinamiche di Bruxelles, di un tentativo chiaro e netto di cambiare passo: l’obiettivo dichiarato è quello di blindare la produzione interna, fissando paletti rigidi per l’accesso a soldi pubblici, appalti e sovvenzioni, i quali, d’ora in poi, dovranno rispondere a precisi criteri legati alla filiera produttiva europea e al contenimento delle emissioni inquinanti. La mossa, va detto senza giri di parole, rappresenta una risposta diretta alle politiche aggressive di Cina e Stati Uniti, con Bruxelles che intende difendere il proprio tessuto manifatturiero dalla valanga di importazioni a basso costo, specialmente quelle provenienti da Pechino, cercando al contempo di riportare il peso dell’industria manifatturiera a un traguardo ambizioso, vale a dire il 20 per cento del Pil complessivo dell’Unione entro il fatidico anno 2035.

Scendendo nel dettaglio della proposta, e qui sta il nocciolo della questione, l’Iaa introduce il principio del “Buy European” in maniera piuttosto pervasiva, andando a toccare comparti considerati nevralgici come l’automotive, l’acciaio, il cemento, l’alluminio e l’intero settore delle tecnologie pulite, dall’eolico al fotovoltaico. Per fare un esempio concreto, chi vorrà accedere agli incentivi pubblici per l’acquisto di un’auto elettrica dovrà mettere le mani su un veicolo non solo assemblato fisicamente all’interno dei confini dell’Unione, ma composto per almeno il 70 per cento da componentistica realizzata in Europa, con l’esclusione, per il momento, delle batterie, la cui produzione è ancora saldamente nelle mani dei colossi asiatici. Stesso discorso per i materiali pesanti: si parla di una quota minima del 25 per cento di alluminio a basse emissioni e di origine comunitaria per gli appalti pubblici, mentre per l’acciaio l’asticella della sostenibilità viene posta al 20 per cento, sempre in combinato disposto con il vincolo della provenienza.

Non meno significative, e destinate ad alimentare discussioni e pressioni diplomatiche, sono le nuove limitazioni previste per gli investimenti stranieri, in particolare per quei colossi extra-europei che intendano mettere radici in settori ritenuti sensibili. La bozza del regolamento, infatti, fissa un tetto piuttosto severo: per investimenti superiori ai 100 milioni di euro in comparti dove un singolo paese controlli oltre il 40 per cento della capacità produttiva globale, scatteranno condizioni vincolanti, come l’obbligo di trasferire conoscenze tecnologiche e la garanzia che almeno la metà dei posti di lavoro creati vada a lavoratori europei. Il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné, ha difeso con forza l’impianto della legge, sottolineando come, di fronte a concorrenza sleale e distorsioni del mercato, le imprese europee non possano più essere lasciate sole a giocare in un campo minato.

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