L'industrial accelerator act, la scommessa Ue per il made in Europe con 150mila posti di lavoro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quella presentata dalla Commissione europea lo scorso 4 marzo è una proposta di regolamento, l'Industrial Accelerator Act (Iaa), che prova a invertire una tendenza ormai pluridecennale, quella del declino manifatturiero del continente. Ispirandosi apertamente al rapporto Draghi sulla competitività, il testo introduce per la prima volta in modo sistematico il principio della "preferenza europea" negli appalti pubblici e nei programmi di sostegno finanziario, cercando di creare una domanda stabile per prodotti e tecnologie a basse emissioni realizzati all'interno dei confini dell'Unione. L'obiettivo dichiarato, ambizioso, è quello di riportare il peso della manifattura sul Pil europeo dall'attuale 14,3 per cento fino al 20 per cento entro il 2035, generando secondo le stime di Bruxelles circa 150mila nuovi posti di lavoro in settori strategici come l'acciaio, il cemento, l'alluminio, la componentistica automobilistica e l'intera filiera delle cosiddette net-zero technologies, dalle batterie ai pannelli solari.

Le nuove regole per gli appalti e gli investimenti esteri

Il cuore pulsante dell'Iaa risiede nei meccanismi pensati per orientare la spesa pubblica, che nell'Ue vale oltre duemila miliardi di euro l'anno, verso prodotti assemblati in Europa o che comunque rispettino rigorosi criteri di carbonio ridotto. Per il settore automobilistico, tanto per fare un esempio concreto, si prevede che i veicoli elettrici possano beneficiare di incentivi pubblici solo se assemblati nell'Unione e se almeno il settanta per cento dei componenti, escludendo le batterie, provenga da fornitori europei. Parallelamente, e non è un assecondario, la proposta stringe le maglie sugli investimenti diretti provenienti da paesi terzi: per quelli superiori ai cento milioni di euro in comparti considerati sensibili, e qualora il paese d'origine controlli oltre il quaranta per cento della capacità produttiva globale, scatteranno condizioni più severe, come l'obbligo di garantire almeno il cinquanta per cento di occupazione europea e un effettivo trasferimento tecnologico.

Le fratture interne e il confronto con i partner commerciali

Il cammino dell'Industrial Accelerator Act verso l'approvazione definitiva si annuncia tutt'altro che lineare, emergendo con chiarezza le profonde spaccature esistenti sia tra gli Stati membri che con alcuni storici alleati commerciali. Da un lato paesi come la Francia, l'Italia e la Spagna spingono per un'impostazione più marcatamente protezionista, volta a contrastare la concorrenza cinese; dall'altro, nazioni come la Germania, i Paesi Bassi e i membri del blocco nordico temono che l'introduzione di quote rigide per il "made in EU" possa tradursi in un aumento dei costi, in ritorsioni commerciali e in un eccesso di burocrazia che finirebbe per penalizzare proprio quell'industria che si intende proteggere. A queste preoccupazioni si aggiungono quelle di partner come gli Stati Uniti, con la nuova amministrazione Trump particolarmente attenta a difendere la propria sovranità produttiva, o il Regno Unito, che pur essendo formalmente fuori dall'Unione mantiene con essa legami economici strettissimi.

L'architettura complessa del regolamento e i nodi da sciogliere

La complessità del testo, corredato da una ponderosa valutazione d'impatto di trecento pagine, lascia intendere quanto sia stato faticoso trovare un equilibrio tra le diverse anime della Commissione e tra le pressioni degli Stati. La proposta, che dovrà ora essere negoziata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio, introduce il concetto di "Industrial Acceleration Areas", zone dove le procedure autorizzative verrebbero digitalizzate e notevolmente semplificate per attrarre nuovi investimenti produttivi. La partita vera, quella sugli emendamenti e sui compromessi, si giocherà nei prossimi mesi, con il rischio concreto che le disposizioni più innovative, a partire dai criteri stringenti per definire cosa sia effettivamente "europeo" in un prodotto, possano venire diluite per raggiungere un consenso che appare al momento quanto mai fragile.

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