L’ira di Pechino per l’Industrial Accelerator Act: “Norme discriminatorie, pronte le ritorsioni”
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Redazione Esteri
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La tregua, se mai c’è stata, è durata decisamente poco. A distanza di qualche settimana dalla presentazione della proposta normativa, la Cina ha rotto gli indugi con una nota che non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il ministero del Commercio contesta frontalmente l’Industrial Accelerator Act (IAA), il pacchetto di misure con cui Bruxelles intende rivitalizzare la propria base produttiva, in particolare nel settore della mobilità elettrica e delle tecnologie verdi. L’accusa di Pechino, esplicitata in un documento indirizzato alla Commissione europea lo scorso 24 aprile, è pesante: il meccanismo che premia il “Made in Europe” – imponendo percentuali minime di componenti locali per accedere a incentivi e appalti – rappresenterebbe, a suo dire, una barriera discriminatoria per gli investitori stranieri, una violazione mascherata delle regole del libero mercato.
La posta in gioco, va detto, è altissima; al centro del mirino cinese ci sono quattro pilastri della transizione ecologica continentale dove Pechino ha ormai consolidato un vantaggio competitivo difficilmente eguagliabile. Stiamo parlando delle batterie per veicoli, dei sistemi fotovoltaici, delle materie prime critiche e, ovviamente, delle auto a zero emissioni. Il progetto europeo, che secondo le bozze circolate punterebbe a una soglia del 70% di contenuto Ue per i veicoli elettrici, viene letto dal gigante asiatico come un tentativo di chiudere le porte in faccia a quella che è ormai la principale fabbrica mondiale del settore. E così, se da un lato il Ministero del Commercio cinese ribadisce la propria “prontezza al dialogo”, dall’altro la dichiarazione ufficiale è un vero e proprio ultimatum: l’avvertimento che “se l’Ue ignorerà i suggerimenti della Cina danneggiando gli interessi delle aziende cinesi, la Cina non avrà altra scelta che adottare contromisure” è chiaro e privo di fronzoli retorici.
Soglie di contenuto locale e il fantasma della guerra commerciale
Ma cosa teme, esattamente, Pechino? Non si tratta solo di un generico protezionismo, ma di un meccanismo che tocca il cuore del modello di espansione industriale cinese in Europa. Per anni, le aziende asiatiche hanno beneficiato della possibilità di assemblare veicoli nel Vecchio Continente utilizzando però una filiera di componenti importata; ora l’IAA stringerebbe il cappio, imponendo requisiti rigidi per la fornitura interna che molte di queste realtà faticherebbero a rispettare nel breve termine. Più nello specifico, la normativa – ancora in fase di esame da parte dei co-legislatori europei – mira a escludere di fatto i produttori extracomunitari dai bandi pubblici e dai fondi per la riqualificazione industriale, una prospettiva che a Pechino è parsa subito inaccettabile.
Nella sua replica, il colosso asiatico ha quindi condensato la propria strategia in un doppio binario: monitoraggio serrato e minaccia implicita. La frase “La Cina seguirà attentamente l’iter legislativo” suona infatti come una sorveglianza armata pronuncia di un guardiano che non intende farsi sorprendere. E c’è di più: se Bruxelles dovesse procedere, le ritorsioni cinesi potrebbero colpire settori strategici altamente sensibili per l’export europeo, replicando lo schema già sperimentato in occasione della precedente indagine antisovvenzione sulle auto elettriche. L’ombra di una guerra commerciale aperta si allunga così su un’Europa che cerca di riequilibrare una dipendenza strategica senza però spezzare del tutto le relazioni con il secondo partner commerciale globale.
La posizione di Bruxelles e la giustificazione della reciprocità
Di fronte alle accuse di “discriminazione sistemica”, la risposta della Commissione europea non si è fatta attendere ed è stata, per certi versi, lapidaria. Fonti vicine all’esecutivo comunitario hanno infatti ribaltato la prospettiva, portando l’argomento sul tavolo della reciprocità: l’Europa, uno dei mercati più aperti al mondo, si aspetta condizioni simili da chi vi investe o vi esporta. Il messaggio implicito è che se Pechino ha da sempre difeso la propria sovranità industriale attraverso barriere tecniche e aiuti di stato massicci, ora Bruxelles si sente legittimata a tutelare il proprio tessuto manifatturiero, messo in ginocchio dalla concorrenza – ritenuta sleale – delle “nuove" potenze verdi. non è un caso, del resto, che l’iniziativa arrivi in un momento economicamente delicato per l’Unione, quando la perdita di posti di lavoro nel settore automotive e nelle industrie energivore ha raggiunto cifre preoccupanti. L’Industrial Accelerator Act rappresenta quindi per Bruxelles un cambio di paradigma necessario per arginare un’emorragia che rischia di minare le basi della coesione sociale. Tuttavia, proprio su questo punto si gioca la partita più delicata: la Cina ha già dimostrato in passato di saper colpire con precisione chirurgica i comparti più deboli dell’export europeo, e gli strali di Pechino – anche se per ora solo verbali – rappresentano un segnale inequivocabile che l’asse commerciale globale sta virando decisamente verso la conflittualità.




