Il vero banco di prova della F1 non è solo l’asfalto di Miami ma il congelatore delle prestazioni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Mentre il circus della Formula 1 si prepara a invadere le strade della Florida, il weekend del Gran Premio di Miami, va detto, rappresenterà uno snodo molto più profondo di quanto non lascino intendere i semplici giri di pista. Non saranno esclusivamente le novità tecniche, visibili a occhio nudo su alettoni e fondi, a riscrivere – o a confermare – la gerarchia vista nelle prime tre uscite stagionali. Ci sarà, anzi, un verdetto assai meno glamour ma tecnicamente dirompente a sigillare i destini della power unit: la bandiera a scacchi, in Florida, fungerà da ago della bilancia per l’applicazione del meccanismo ADUO, quel sistema regolamentare pensato dalla FIA per evitare un’egemonia tecnica simile a quella vissuta nel 2014. In pratica, una volta spente le MGU-K a Miami, le performance dei propulsori verranno letteralmente “congelate” ai fini statistici, dando il via a quel processo di valutazione che deciderà chi potrà effettivamente sviluppare il motore e chi, invece, dovrà fermarsi.

L’incognita del regolamento: un jolly chiamato ADUO

C’è una variabile, in questa prima parte di campionato, che aleggia più di ogni altra sul mondiale, quasi fosse un jolly normativo capace di stravolgere i rapporti di forza da un momento all’altro. L’ADUO – Additional Development and Upgrade Opportunities – non è certo un pezzo di carrozzeria che si monta nelle soste, eppure il suo potenziale impatto rischia di essere ben più devastante di qualsiasi fondo ventilato o ala flessibile. La Federazione, riunita recentemente con i costruttori, ha già avviato il primo di una serie di incontri con l’obiettivo di individuare correttivi al regolamento tecnico; criticità evidenti, legate alla necessità di recupero energetico, sono emerse fin dal via in Australia. Non si tratta, e qui sta la complessità, di un semplice “jolly” da giocare a piacimento: l’ADUO scatta solo se i rilevamenti di coppia – misurati direttamente sui semiasse – certificano un divario superiore al 2 per cento rispetto al motore di riferimento (cosa che, nel paddock, si dà ormai per certa a favore della Mercedes). La Ferrari, da parte sua, spinge per un rapido recupero, mentre la Mercedes, com’è ovvio che sia per chi guida la classifica, frena qualsiasi entusiasmo sui tempi stretti, cercando di minimizzare l’effetto di questa sorta di “handicap” tecnico.

La sfida ingegneristica di Maranello e i tempi dello sviluppo

La situazione, in casa Ferrari, è chiara nei suoi contorni ma opaca nelle soluzioni immediate. Da una parte, gli ingegneri di Maranello sono consapevoli che il deficit in rettilineo – ammesso anche dai piloti – non potrà essere colmato con una bacchetta magica, né tantomeno entro la trasferta americana. Dall’altra, è altrettanto vero che la power unit italiana potrà beneficiare di quel budget extra e delle ore aggiuntive al banco prova previste proprio dal pacchetto ADUO, a patto di rientrare nei parametri di svantaggio. Tuttavia, una volta che la FIA darà il via libera (presumibilmente dopo aver analizzato i dati di Miami e averli comunicati ufficialmente nel weekend di Monaco), i tempi si allungheranno inevitribilmente. Le power unit attuali, va ricordato, costano milioni e rientrano nel budget cap: non si possono cambiare come le scarpette di un freno. Fonti tecniche vicine alla scuderia confermano che l’introduzione di un nuovo motore termico (ICE) aggiornato non arriverà prima di luglio, molto probabilmente in occasione del Gran Premio di Silverstone o, al limite, di Spa. Il piano, insomma, è già scritto nei computer di Maranello, ma la sua esecuzione dipende dalla luce verde burocratica della FIA.

La gestione delle unità e la strategia dei “motori 3”

C’è un ultimo, fondamentale aspetto logistico che lega l’ADUO alla gestione del parco motori stagionale. Ogni pilota, com’è noto, dispone di un numero limitato di unità a stagione. L’introduzione di una specifica aggiornata – quella “vitaminizzata” di cui parlano gli addetti ai lavori – potrebbe coincidere strategicamente con l’utilizzo del terzo motore stagionale. Perché? Semplice: per evitare penalizzazioni in griglia, i team tendono a “sacrificare” le prime unità sulle piste meno performanti in termini di potenza, come Monaco, per poi iniettare la nuova linfa sui tracciati veloci. La FIA, d’altro canto, ha già calendarizzato ulteriori riunioni tecniche per metà aprile, con l’obiettivo di limare i dettagli di questo complesso meccanismo prima della sottoposizione al Consiglio Mondiale. Non ci sono certezze, in questo momento, se non una: il verdetto di Miami non sarà solo quello della bandiera a scacchi, ma quello, molto più prosaico, dei numeri estratti dalle centraline.

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