Il gioco delle narrazioni: come la propaganda russa rigira la realtà del conflitto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre in occidente si discute di aiuti militari e strategie di difesa, l'apparato propagandistico di Mosca lavora instancabilmente per capovolgere i termini del discorso pubblico, trasformando sostegni politici in presunti "suicidi" e solidarietà internazionale in atti di ostilità. Non appena un politico italiano, durante un dibattito, ha lasciato intendere una certa cautela sull'invio di armamenti, la macchina della comunicazione del Cremlino ha immediatamente distorto e strumentalizzato quelle parole, presentandole come un'ammissione di fallimento della politica di sostegno a Kiev. Un meccanismo, questo, che sfrutta ogni spiraglio, ogni ambiguità, per seminare discordia e gettare un velo di sfiducia sulle alleanze che si oppongono all'avanzata russa in Ucraina.

Lo schema della disinformazione

La strategia, che affonda le radici in una lunga tradizione di manipolazione dell'informazione, non si limita a contrapporre versioni diverse dei fatti, ma costruisce sistematicamente una realtà virtuale parallela. In essa, la responsabilità dell'aggressione militare svanisce, sostituita da un racconto epico di resistenza contro un occidente descritto come aggressivo e "russofobo". Gli eventi, così, perdono la loro complessità storica e geopolitica per ridursi a uno scontro manicheo tra fazioni, un conflitto medievale tra guelfi e ghibellini riproposto con le armi tecnologiche del XXI secolo. Questo modus operandi, peraltro, non conosce confini politici, adattandosi con cinica efficacia a qualsiasi contesto, democratico o autoritario che sia.

Il monologo del potere e l'assedio alla verità

In questo quadro, la tradizionale conferenza stampa di fine anno con il presidente russo si trasforma in un rituale di affermazione del controllo narrativo, un monologo ininterrotto dove le domande scomode vengono abilmente eluse o ridicolizzate. Davanti a un uditorio selezionato, i successi vengono magnificati e i problemi minimizzati, proiettando un'immagine di forza inossidabile e di consenso nazionale. Il risultato è un cortocircuito informativo che rende sempre più labile, per chi vi è immerso, la distinzione tra dato di fatto e costruzione ideologica, alimentando una percezione della realtà totalmente funzionale agli interessi del potere.

L'ideologia come motore della guerra

Al di là delle narrazioni propagandistiche, che pure influenzano il sostegno internazionale, il conflitto prosegue per ragioni più profonde e radicate. Una di queste è di natura strettamente ideologica: il rifiuto, da parte della leadership russa, di riconoscere la piena sovranità e il diritto all'esistenza autonoma dell'Ucraina come stato-nazione. È questa convinzione, più di qualsiasi calcolo tattico immediato, a rendere vana ogni ipotesi di pace negoziata sulla base di semplici concessioni territoriali. La cessione di una regione, come il Donbass, non rappresenterebbe una soluzione, ma solo una pausa tattica in un disegno di più ampia portata, che mira a negare l'identità stessa del paese invaso. Persino il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si trova a dover affrontare questa complessa realtà, ereditando un dossier dove la propaganda e la forza militare si intrecciano inestricabilmente.

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