Conte attacca Meloni: “Pagherà per le sue furbizie, la riforma è il vecchio disegno della P2”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A meno di due settimane dal voto del 22 e 23 marzo, la campagna referendaria sulla giustizia assume i contorni di uno scontro frontale, e la domanda sulla tenuta dell’esecutivo, se dovesse prevalere l’asticella del No, comincia a farsi pressante. Giuseppe Conte, intervenendo al forum Ansa e in altre dichiarazioni raccolte negli ultimi giorni, ha rotto gli indugi, lanciando un anatema preciso contro la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la sua maggioranza. Il leader del Movimento 5 Stelle, con il lessico forbito che ne ha contraddistinto la parabola politica, ha parlato di “sciocche furbizie” che i cittadini faranno pagare alla premier, scaricando su di lei la responsabilità di una campagna che, a suo dire, sarebbe stata impostata inizialmente per mettere in sordina il ruolo di palazzo Chigi salvo poi, davanti a sondaggi poco lusinghieri, vedere una “discesa in campo” improvvisa e convulsa della leader di Fratelli d’Italia.

La critica di Conte non si limita però alla tattica comunicativa dell’avversaria, che in un video di tredici minuti ha tentato di smontare quelle che definisce “bufale” e “banalizzazioni”, cercando di rassicurare gli elettori sul fatto che, a prescindere dall’esito, il governo non si dimetterà ripetendo che non si tratta di un voto sulla sua poltrona. L’ex presidente del Consiglio scava più in profondità, andando a rileggere la riforma che modifica sette articoli della Carta costituzionale – separazione delle carriere, sorteggio dei membri del Csm e istituzione dell’Alta Corte disciplinare – come il frutto avvelenato di un albero piantato decenni fa. Il riferimento, esplicitato senza mezzi termini, è al “Piano di Rinascita” della loggia P2 di Licio Gelli, quel progetto eversivo che mirava a riscrivere le regole dello Stato e che, secondo Conte, conteneva già in nuce l’idea di “assoggettare” la magistratura al potere politico. Una continuità, quella con l’era berlusconiana e le sue tensioni istituzionali con le toghe, che per il presidente M5S rende l’operato dell’attuale esecutivo niente meno che la prosecuzione di una vecchia guerra, volta a rivendicare un primato della politica su un potere che i costituenti vollero invece autonomo e indipendente.

Se Conte alza il tiro parlando di disegni occulti e lotta di sistema, la premier dal canto suo prova a riposizionare il dibattito su un terreno più pragmatico, sebbene non meno infuocato. Dopo aver a lungo cavalcato i casi giudiziari più eclatanti – quelli che lei stessa ha definito come esempi di una magistratura che “impedisce di governare” – Meloni nell’ultimo appello social ha cambiato registro, o almeno ci ha provato. Ha spiegato che la riforma “non è contro i giudici” ma anzi, servirebbe a “rafforzarne l’autonomia” liberandoli dal giogo delle correnti e dalla lottizzazione politica che oggi, a suo avviso, condizionerebbe le carriere interne al Consiglio superiore. Un tentativo, questo, di smarcarsi dall’accusa di voler ridurre la magistratura a un docile, rivendicando anzi per sé il ruolo di chi vuole restituire autorevolezza a un potere ingessato. Tuttavia, la mossa sembra avere l’effetto opposto sugli avversari: Conte, nel notare questa evoluzione del messaggio meloniano, parla di una strategia che dice “tutto e il contrario di tutto”, dipingendo la presidente del Consiglio come una politica che, messa alle strette, si affida a una comunicazione ondivaga pur di tamponare l’emorragia di consensi che i sondaggi (per quanto opachi in periodo di silenzio elettorale) lascerebbero intravedere.

La politicizzazione del voto e il nodo delle responsabilità

Il cuore della contesa, al netto dei tecnicismi giuridici sulla separazione delle funzioni o sul sorteggio dei laici, si sta quindi giocando su un piano squisitamente politico. Conte insiste su questo punto con una certa durezza, affermando che la premier si è “scatenata” solo dopo aver realizzato che la posta in gioco era molto più alta del previsto. Il tentativo iniziale di tenere il governo fuori dalla mischia, raccontano le cronache, si è infranto contro la realtà di una consultazione che, di fatto, è diventata un referendum sul governo stesso e sulla sua idea di giustizia. La domanda che circola negli ambienti politici, e che Conte rilancia con tono quasi profetico, è se il 22 e 23 marzo gli italiani useranno la scheda non solo per esprimersi su giudici e pm, ma anche per mandare un segnale di sfiducia all’esecutivo, magari sull’onda delle tensioni internazionali – con la nuova presidenza Trump che complica gli equilibri – e delle promesse di normalizzazione istituzionale che, per l’opposizione, si stanno traducendo in un attacco frontale alla Carta.

L’ex presidente del Consiglio, forte della sua esperienza a palazzo Chigi, evita accuratamente di fare previsioni, ma incalza Meloni su quello che definisce un tentativo di “cercare capri espiatori”, scaricando su altri – siano essi i magistrati o le presunte fazioni occulte – responsabilità che sarebbero invece tutte della sua azione di governo. La riforma, insiste Conte, non è un semplice ritocco tecnico, ma un’operazione culturale e politica che mira a “sradicare” l’equilibrio disegnato dai costituenti, e in questo vide un filo rosso che legherebbe le ambizioni della destra attuale a quelle delle logiche massoniche e degli scontri degli anni Novanta. Da qui l’anatema finale: il conto, prima o poi, verrà presentato, e non sarà possibile per la presidente del Consiglio nascondersi dietro la complessità della materia o dietro la ricerca di nemici esterni. Gli elettori, secondo il leader pentastellato, sono perfettamente in grado di distinguere le “astuzie” dalla sostanza, e il momento della verità, per Meloni e per la sua maggioranza, coinciderà con l’apertura delle urne tra meno di due settimane.

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