Netanyahu: la lotta non è finita, chi ci attacca pagherà un prezzo. Trump minaccia Hamas
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Redazione Esteri
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Nel corso delle commemorazioni per l’anniversario ebraico dell’attacco del 7 ottobre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato, con tono risoluto, che il lavoro non è ancora terminato, sottolineando come la determinazione del suo governo rimanga ferrea nonostante il fragile cessate il fuoco. «La lotta non è finita – ha affermato durante la cerimonia pubblica, di fronte a una platea attenta – ma una cosa è chiara oggi: chiunque alzi una mano contro di noi sa già che pagherà un prezzo molto pesante». Le sue parole, che riecheggiano in un momento di tensione palpabile, arrivano dopo le accuse mosse a Hamas per le presunte violazioni degli accordi, mentre l’operazione per recuperare i corpi dei caduti, definita «lunga e raccapricciante» da fonti vicine alle operazioni, procede tra immense difficoltà. Netanyahu ha poi ribadito l’intenzione di «completare la vittoria che modellerà l’ordine delle nostre vite per molti anni», un obiettivo strategico che sembra lasciare poco spazio a trattative ulteriori, concentrandosi piuttosto su un’azione militare decisiva.
La posizione di Trump e le esecuzioni a Gaza
A complicare ulteriormente il quadro internazionale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è intervenuto con una minaccia diretta alla milizia jihadista, dichiarando senza mezzi termini: "Se Hamas continua a uccidere persone a Gaza, cosa che non era prevista dall'accordo, non avremo altra scelta che entrare e ucciderli". Questo avvertimento, lanciato con il suo stile caratteristico, entra a gamba tesa nel delicato processo di pace, mentre Hamas si trova impegnato in una serie di brutali regolamenti di conti all’interno della Striscia. Da giorni, infatti, vengono compiute esecuzioni sommarie ai danni di presunti collaborazionisti con Israele, un’ondata di violenza interna che si sviluppa con la fretta di chi potrebbe avere i giorni contati, aggiungendo un ulteriore strato di instabilità a una situazione già esplosiva.
La riunione operativa sugli ostaggi
Proprio ieri sera si è conclusa una riunione di alto livello tra il primo ministro Netanyahu e i suoi consiglieri più stretti, una "lunga discussione operativa" – come riportato in un messaggio di testo del coordinatore israeliano per gli ostaggi, Gal Hirsch, inviato alle famiglie e ottenuto dalla Cnn – che ha coinvolto alti funzionari della Difesa e membri del team negoziale. L’incontro, focalizzato sulle presunte violazioni del cessate il fuoco e sulla sorte delle salme degli ostaggi, evidenzia la complessità delle operazioni in corso, mentre Hamas, da parte sua, ha fatto sapere di voler restituire i corpi ma che l’operazione «potrebbe volerci tempo», un elemento che prolunga l’agonia dei familiari in attesa di una sepoltura.
L'apertura del valico di Rafah
In un contesto di sviluppi continui, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sàar ha annunciato, durante un incontro con la stampa ai Med Dialogues a Napoli, che «il valico di Rafah probabilmente sarà aperto questa domenica», precisando che sono in corso tutti i preparativi necessari, coordinati con la forza Eubam dell’Unione Europea e, a suo dire, anche con gli stessi palestinesi. Questa apertura, se confermata, rappresenterebbe un piccolo ma significativo passo verso una normalizzazione degli accessi umanitari, sebbene rimanga incerto quanto essa possa influire sulle dinamiche più ampie del conflitto, dove le dichiarazioni di Netanyahu e Trump continuano a delineare uno scenario di confronto ancora aperto e potenzialmente destinato a intensificarsi.




