Travaglio e il patto del '74, mentre la Cassazione parla di Berlusconi
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Redazione Interno
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Mentre le aule del Senato approdavano alla riforma della giustizia, un altro dibattito, antico e sempre attuale, riemergeva con forza, alimentato da una sentenza della Corte di Cassazione che ha rigettato il ricorso della procura di Palermo sulla sorveglianza speciale e la confisca dei beni per Marcello Dell'Utri. La pronuncia, tecnicamente complessa, ha stabilito come non sia mai risultata, nel corso dei processi, “processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane”, fornendo un potente argomento al centrodestra e a Forza Italia, che di quell’esito hanno immediatamente colto il valore simbolico, trasformandolo in una bandiera.
Il richiamo di Travaglio alla sentenza del 1974
A smorzare gli entusiasmi, intervenendo con la consueta veemenza, è stato il giornalista Marco Travaglio, il quale, pur senza sconfessare apertamente le recenti determinazioni dei giudici, ha preferito riportare l’attenzione su un altro capitolo giudiziario, quello cosiddetto del “patto del 1974”. Un accordo, stando a quanto ricostruito in una diversa sentenza della Cassazione, che avrebbe legato le fortune imprenditoriali di Silvio Berlusconi a esponenti di spicco della criminalità organizzata, gettando un’ombra sulla quale, a suo dire, le recenti assoluzioni non possono fare piena luce. “Lo dice la Cassazione”, ha ribadito Travaglio, sottolineando come la vicenda giudiziaria berlusconiana sia composta da molteplici tasselli, alcuni dei quali, a suo avviso, restano irrisolti nonostante le recenti e parziali assoluzioni.
La reazione di Marina Berlusconi e l'approvazione della riforma
Dall’altro lato, la soddisfazione per la sentenza è stata palpabile, e non si è fatta attendere la voce di Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, la quale ha definito quella della Cassazione “la vittoria di mio padre, Silvio Berlusconi”. In una nota carica di emotività, ha aggiunto che “ci sono vittorie che arrivano tardi, forse troppo tardi, ma che restano grandi e decisive”, attribuendo al padre “forza, coraggio, determinazione e, purtroppo, anche la sua sofferenza” il merito di aver reso possibile “un passo avanti importante per la democrazia e per la verità in questo Paese”. Un commento che, al di là delle celebrazioni, si è intrecciato con un altro evento cruciale: l’approvazione al Senato, con 112 voti favorevoli, della riforma della giustizia promossa dal ministro Carlo Nordio.
Il cuore della riforma: la separazione delle carriere
La riforma, il cui iter procede tra luci e ombre, introduce una modifica strutturale al sistema giudiziario, imperniata sul principio della separazione delle carriere. L’attuale ordinamento, che consente ai magistrati di transitare dalla funzione requirente a quella giudicante nei primi dieci anni di professione, verrebbe infatti superato da un modello che impone una scelta irrevocabile fin dall’inizio del percorso, tra l’ufficio del pubblico ministero e la toga di giudice. Una svolta epocale, caldeggiata da tempo da ampi settori politici, che vedono in questo meccanismo un baluardo a garanzia della terzietà e dell’imparzialità dell’azione giudiziaria, sebbene le discussioni sul suo impatto concreto siano destinate a prolungarsi.




