La Corte costituzionale sulla Pma: no alle donne single, ma sì al doppio riconoscimento per le coppie di madri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sentenza n. 69 depositata oggi dalla Corte costituzionale ha ribadito che l’esclusione delle donne single dalla procreazione medicalmente assistita (Pma) non rappresenta una violazione palese della Costituzione. Confermando l’impianto della legge 40 del 2004, i giudici hanno respinto l’ipotesi di un diritto automatico all’accesso per le donne senza partner, lasciando però intendere che una riforma in tal senso spetti al legislatore. Al centro della decisione c’era l’articolo 5 della norma, che limita la Pma alle coppie eterosessuali, coniugate o conviventi, in età fertile.

Parallelamente, però, la Consulta ha emesso un’altra pronuncia storica, aprendo alla possibilità che entrambe le madri di una coppia omosessuale possano riconoscere legalmente i figli nati da Pma all’estero. Glenda e Isabella, mamme di due bambini di tre e due anni, sono tra le prime a beneficiarne. «Emozionate, commosse, felici», hanno commentato dopo aver appreso che la madre non biologica potrà ora essere registrata all’anagrafe senza ostacoli. La sentenza, depositata nello stesso giorno, cancella un vuoto normativo che lasciava migliaia di minori in un limbo giuridico.

Il nodo principale riguardava il diritto all’identità del bambino, garantito dagli articoli 2, 3 e 30 della Costituzione. Secondo i giudici, negare il riconoscimento alla madre intenzionale – colei che ha condiviso il progetto genitoriale pur non avendo un legame biologico – ledeva irrimediabilmente gli interessi del minore, privato fin dalla nascita di una figura giuridicamente riconosciuta. La svolta riguarda esclusivamente i casi in cui la fecondazione eterologa è stata effettuata in Paesi dove è legale, circostanza che ha spinto la Corte a intervenire per colmare un’evidente disparità di trattamento.

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