La tregua impossibile e l’Europa sconfitta: l’analisi di Mario Mauro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
«I grandi sconfitti della guerra sono il popolo iraniano e l’Europa». Parola di Mario Mauro, che all’indomani dell’ennesima, precaria tregua tra Stati Uniti e Iran prova a mettere ordine in un quadro dove la diplomazia, se così si può chiamare, arranca dietro colpi di scena militari e veti incrociati. Il coordinatore Ue per i corridoi di trasporto del Mar Baltico non usa mezzi termini nel descrivere una situazione paradossale: l’accordo siglato l’8 aprile grazie alla mediazione pakistana, racconta, è stato violato prima ancora di entrare a regime. A rompere gli equilibri fragilissimi ci ha pensato Israele, con un’incursione aerea sul Libano che ha lasciato sul terreno quasi trecento vittime e migliaia di feriti. Da Teheran la reazione è stata fulminea – minacciando la ripresa immediata delle ostilità se le operazioni nell’alta Galilea non fossero state sospese – e l’accusa, peraltro già sentita, di aver negoziato in malafede.
Il nodo Hormuz e l’inerzia europea
Se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, spiega Mauro, le conseguenze non sono affatto le stesse per Washington e per Bruxelles. Lì sta il cuore della sconfitta europea: mentre gli Stati Uniti, con Trump tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, possono permettersi un approccio da “caudillo” – così lo definisce il coordinatore –, il Vecchio continente si scopre dipendente da rotte commerciali che qualunque schermaglia militare paralizza. La tregua mediata da Trump, insomma, non ha sbloccato il passaggio; e l’Europa, pur provando a fare da sé con l’ipotesi di una trattativa diretta con Teheran, si scontra con un ostacolo che pare insormontabile: Bruxelles ha infatti designato i pasdaran come organizzazione terroristica. Un’etichetta che, nelle cancellerie mediorientali, viene letta come un pregiudizio insanabile.
Il caudillo, il papa e la riforma necessaria
Nel disincanto di chi ha osservato decenni di politica estera, Mauro individua una sola voce capace di chiamare le cose con il loro nome: quella di Leone XIV. «L’unico», sottolinea, che riesce a nominare senza infingimenti la natura di uno scontro dove gli interessi economici si mescolano a pulsioni ideologiche. Trump, dal canto suo, appare come un leader che agisce per colpi di scena più che per strategie durature – una cifra che la stampa araba, come emerge dalla settima puntata di “RAI Al-Arab” (la rassegna stampa del servizio pubblico sui media in lingua araba), definisce «costituzionalmente incapace di comprendere le ragioni del Medio Oriente». Comprese quelle del suo stesso alleato israeliano, la cui deriva militare viene descritta da più osservatori come un fattore di destabilizzazione permanente.
Un’Europa che rischia di sparire
L’avvertimento finale di Mauro suona come una sentenza, non come un auspicio: l’Unione europea non può più aspettare. «O si riforma o sparirà», taglia corto. Perché il prezzo di questa guerra, che molti definiscono già “all’Iran” senza che sia mai stata dichiarata, lo stanno pagando i traffici, le economie, i porti del Baltico – esattamente i corridoi di cui lui è chiamato a occuparsi – e infine i popoli. Quello iraniano, primo tra tutti, schiacciato tra sanzioni, repressione interna e una leadership che gioca la carta del nemico esterno per sopravvivere. E quello europeo, troppo frammentato per imporre una linea comune, troppo esposto alle crisi altrui per immaginare un futuro da protagonista.
Voci arabe e il doppio radicalismo
Sabato 11 aprile, giorno di apertura dei negoziati tra Washington e Teheran, a Bruxelles nessuno si fida che possa nascere un’intesa vera. La stampa araba, raccolta e analizzata dalla rassegna RAI, insiste su un tema ricorrente: l’America di Trump si muove “tra le fauci di due ideologie radicali” – quella del regime degli ayatollah e quella interna a una certa destra israeliana. Un confronto che lascia poco spazio alla mediazione, e che rischia di trasformare ogni tregua in una semplice pausa tra un attacco e l’altro. Mauro, da par suo, non si sbilancia su scenari futuri: si limita a constatare che la fragile architettura dell’8 aprile è già crepata, e che senza una riforma radicale dei meccanismi decisionali europei, l’intero continente continuerà a essere un convitato di pietra – anzi, uno dei grandi sconfitti – in partite che altri giocano.




