L’automotive italiano tra elettrificazione e incertezze, il ruolo chiave dei dealer
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il settore automotive italiano naviga in acque agitate, diviso tra la spinta obbligata verso l’elettrificazione e un mercato che fatica a trovare un equilibrio. I consumatori, scoraggiati dai prezzi elevati e dai dubbi sui costi di manutenzione, guardano con diffidenza alle auto a batteria, mentre persiste il timore – spesso strumentale – che la rete elettrica non regga a un’eventuale conversione di massa. Una prova su strada condotta recentemente ha calcolato un consumo medio di 6 km per kWh, un dato che, seppur indicativo, non basta a fugare le perplessità.
In questo contesto, i dealer assumono un ruolo sempre più centrale, diventando l’anello di congiunzione tra i marchi e un pubblico disorientato. "Il passaggio all’elettrico è inevitabile, ma va gestito senza lasciare indietro nessuno", osserva Dromo Faffa, CEO di Methodos Consulting, società che da trent’anni affianca l’industria automobilistica. La sfida, però, non è solo culturale: senza politiche chiare, il rischio è un tracollo produttivo. Uno studio commissionato da ECCO e Transport&Environment Italia dipinge uno scenario preoccupante: se la transizione non verrà affrontata con decisione, entro il 2030 la produzione nazionale potrebbe più che dimezzarsi, con migliaia di posti di lavoro persi e costi sociali insostenibili.
Il declino del comparto, del resto, è sotto gli occhi di tutti. La produzione automobilistica italiana, in calo da anni, ha toccato livelli critici, trascinando con sé intere filiere e lasciando senza lavoro operai specializzati, molti dei quali costretti a cercare fortuna all’estero. Un fenomeno che non riguarda solo le grandi fabbriche, ma anche l’indotto, con ripercussioni a catena su un’economia già fragile.




