Omicidio cristiano molè, chiuso il cerchio sui mandanti dell’esecuzione al corviale

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’era bisogno di sofisticate intercettazioni ambientali, stavolta, per ricostruire i contorni di un agguato che – come hanno sempre sospettato gli inquirenti – portava i segni indelebili di una logica mafiosa. L’omicidio di cristiano molè, il pugile trentaquattrenne raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco il 15 gennaio del 2024 nel quartiere romano di corviale, ha trovato una svolta decisiva nelle prime ore di sabato 11 aprile, quando i carabinieri del nucleo investigativo di via in selci e la squadra mobile della questura di roma hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere. Tra i destinatari del provvedimento, firmato dal gip del tribunale di roma su coordinamento della direzione distrettuale antimafia, figurano presunti mandanti ed esecutori materiali del delitto. Due di loro si trovavano già dietro le sbarre per altri reati, segno che il cerchio investigativo si è stretto attorno a una rete già monitorata dall’autorità giudiziaria.

L’agguato e le dinamiche emerse dalle indagini

Quel pomeriggio di metà gennaio, molè si trovava in compagnia di un’altra persona – rimasta ferita nel medesimo attacco – quando i killer hanno fatto irruzione sulla scena con un volume di fuoco tale da non lasciare scampo. Gli investigatori, sin dai primi sopralluoghi, avevano escluso la pista della rapina finita male o del regolamento di conti occasionale: il numero di colpi esplosi, la scelta dell’orario (non certo notturno, ma nemmeno affollato) e la rapidità dell’esecuzione suggerivano piuttosto una pianificazione accurata, degna di un’organizzazione capace di muoversi con disciplina militare. A consolidare questa tesi è stato il lavoro incrociato tra immagini delle telecamere di sorveglianza – molte delle quali, nel popoloso complesso di corviale, sono diventate un’arma a doppio taglio per chi delinque – e dichiarazioni di collaboratori di giustizia ascoltati in via informale. I quattro arrestati, secondo quanto ricostruito dalla procura, avrebbero agito non solo per eliminare un obiettivo scomodo, ma anche per inviare un messaggio chiaro all’interno di una frangia della criminalità organizzata capitolina.

Il ruolo della direzione distrettuale antimafia e le connessioni con lo spaccio

L’inchiesta, che porta la firma della DDA di roma, ha infatti ricondotto l’omicidio a una faida interna per il controllo della piazza di spaccio nel quadrante di corviale e aree limitrofe. Senza entrare nei dettagli delle singole responsabilità – coperte ancora dal segreto istruttorio – gli inquirenti hanno accertato come molè, pur essendo un pugile noto negli ambienti sportivi dilettantistici, si fosse progressivamente avvicinato a contesti dove le armi da fuoco circolano con la stessa naturalezza delle dosi. Non si trattava, chiariscono le fonti giudiziarie, di un semplice frequentatore occasionale: alcuni degli indagati lo consideravano un ostacolo, forse per questioni economiche non saldate o per alleanze considerate tradite. L’esecuzione, in tal senso, è stata letta come un atto dovuto all’interno di una guerra silenziosa che non smette di insanguinare le borgate romane, nonostante l’attenzione mediatica si concentri altrove.

L’operazione delle forze dell’ordine e i profili dei fermati

Alle prime luci dell’alba dell’11 aprile, i militari dell’Arma e gli agenti della Mobile hanno bussato alle porte di altrettanti indirizzi, per lo più concentrati nella periferia sud-ovest di roma. Le quattro ordinanze – tutte di custodia cautelare in carcere, nessuna misura alternativa – hanno permesso di mettere in sicurezza individui ritenuti ad alta pericolosità sociale. Due di loro, come accennato, erano già ristretti in carcere per altri procedimenti penali; ciò non ha impedito alla procura di notificare loro il nuovo capo d’imputazione, aggravato dalla contestazione del metodo mafioso. I legali dei difensori, che nelle prossime settimane potrebbero chiedere interrogatori di garanzia, hanno già annunciato lo studio degli atti per verificare la consistenza delle prove. Resta da capire se qualcuno degli arrestati deciderà di collaborare con la giustizia, un passaggio che – in casi simili – ha spesso permesso di risalire a eventuali mandanti di livello superiore.

Un omicidio che riaccende i riflettori sulla criminalità organizzata a roma

Il caso di cristiano molè, per quanto efferato nei modi (numerosi colpi d’arma da fuoco, nessuna possibilità di soccorso efficace), non rappresenta un episodio isolato. Ma l’arresto simultaneo di presunti killer e mandanti segna un punto di non ritorno nell’inchiesta: ora la procura può sostenere, davanti al gip, che l’intera catena di comando dell’agguato sia stata smantellata. Per gli investigatori, la sfida immediata consiste nel verificare se i quattro fermati abbiano agito esclusivamente per conto proprio o se esistano ulteriori livelli decisionali ancora celati. Le prossime udienze, già fissate nei calendari del tribunale di roma, faranno luce sulla tenuta delle accuse, mentre gli abitanti di corviale – abituati a convivere con una certa criminalità di prossimità – riprendono fiato dopo mesi di pattugliamenti straordinari. Resta il fatto che un’esecuzione mafiosa, compiuta in pieno giorno in un complesso residenziale popoloso, ha trovato una risposta giudiziaria rapida e coordinata. E questo, nel panorama delle inchieste romane, non è affatto scontato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.