Atletico Madrid-Barcellona non si ferma, i colchoneros pungono i blaugrana (con un leone e un prato all’altezza giusta)

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La qualificazione, per quanto sofferta, è stata archiviata. Eppure, tra l’Atletico Madrid e il Barcellona, il conto dei conti non è affatto chiuso. Anzi, a giudicare dal diluvio di messaggi pubblicati sui profili ufficiali dei colchoneros nelle ore successive al triplice fischio del Riyadh Air Metropolitano, viene da pensare che la sfida sia entrata in una fase del tutto nuova: quella, per l’appunto, del fuoco di sbarramento incrociato via social. Se la doppia sfida dei quarti di finale di Champions League è finita 3-2 nel computo totale a favore della squadra di Diego Simeone, la "guerra" degli sfottò – fatta di meme, video ironici e frecciate sottili – sembra destinata a non concludersi affatto.

La scintilla, in un certo senso, è arrivata ancora prima che la palla cominciasse a rotolare nella serata decisiva. Il tecnico del Barcellona, Hansi Flick, aveva sollevato più di un polverone sulle condizioni del manto erboso del Metropolitano, lamentando un’altezza dell’erba ritenuta eccessiva per assecondare il palleggio rapido dei suoi. Un tentativo di pressione, quello blaugrana, che però si è risolto in un clamoroso autogol mediatico. Perché la UEFA, interpellata sulla vicenda, ha dato ragione ai padroni di casa: i famosi 26 millimetri di altezza del prato sono stati giudicati perfettamente regolari, un dato, quest’ultimo, che i colchoneros hanno conservato come un asso nella manica. E così, appena il risultato sportivo è stato messo in cassaforte, il club rossobianco ha pubblicato l’immagine di un prato verde smeraldo con una didascalia che profuma di presa in giro: "Amiamo l’odore dell’erba appena tagliata al mattino".

Non è finita qui, ovviamente, perché la creatività dei social media manager dell’Atletico ha preso di mira anche la psicologia avversaria. Negli spogliatoi, si sa, la tensione era alle stelle, e il Barça aveva provato a scaricarla con un gesto scaramantico ben preciso: il giovanissimo talento Lamine Yamal aveva cambiato foto profilo mettendone una di LeBron James, quasi a invocare la leggendaria rimonta nella finale Nba del 2016. I catalani ci credevano, insomma, ma la rimonta è rimasta soltanto un’illusione. E allora il club di Madrid ha risposto a tono, pubblicando un’immagine in cui i calciatori Antoine Griezmann, Ademola Lookman, Alexander Sorloth e Julián Alvarez compaiono rilassati, abbronzati e con tanto di occhiali da sole, proprio come a voler suggellare con un sorriso beffardo la fine delle speranze altrui.

Ma il colpo più alto in termini di comunicazione, o forse semplicemente il più irriverente, è arrivato da un video a sfondo safari. Nel reel pubblicato dall’Atletico, si vede un temibile leone (il cui volto, guarda caso, è coperto dallo stemma del Barcellona) che si avventa minaccioso verso una jeep, per poi rivelarsi, un attimo dopo, un docile cagnolino. La morale, per chiunque mastichi un po’ di calcio spagnolo, è fin troppo chiara: il "felino" catalano aveva ruggito prima della gara, ma sul terreno di gioco si è comportato come un cucciolo inoffensivo. Tutto questo, mentre in campo accadeva il resto: il Barcellona ha vinto la partita 2-1 con le reti di Lamine Yamal e Ferran Torres, ma la rimonta si è arenata sul gol di Lookman e sull’espulsione di Eric Garcia, che ha lasciato i suoi in dieci uomini.

Il peso specifico di una qualificazione che fa rumore (anche fuori)

Se si analizza a fondo il dato storico, ci si rende conto che queste provocazioni non nascono certo dal nulla. L’Atletico Madrid, per sua stessa natura, non ha mai amato recitare la parte del vittima sacrificale, ma anzi, nelle competizioni europee, è spesso diventato l’incubo ricorrente del gigante catalano. Non è un caso, infatti, che i colchoneros abbiano già estromesso il Barça dalla Champions League in due altre occasioni specifiche (nelle stagioni 2013/2014 e 2015/2016), come a voler suggellare una sorta di "fattore stregato" per i blaugrana quando incrociano il Cholo sul loro cammino.

I social, in questo senso, diventano la piazza virtuale dove celebrare un’egemonia psicologica. E la risposta del club ai "complimenti" o alle lamentele avversarie è stata chirurgica: dall’utilizzo del motto catalano "Más que un club" (più di un club), storpiato in "Atletico de Madrid. Más que un club", fino alla presa in giro diretta delle dichiarazioni di Raphinha, che aveva parlato di episodi arbitrali sfavorevoli. Tutti dettagli, questi, che dimostrano come l’attenzione non sia più solo focalizzata sulla tattica di Flick o sui cambi di Simeone, ma anche sui like e sui commenti. La tensione accumulata nei 180 minuti di gioco – che hanno visto i padroni di casa vincere all’andata 2-0 e resistere al ritorno nonostante l’iniziale svantaggio – si è riversata naturalmente in questo flusso comunicativo continuo.

L’effetto Lookman e la notte da dimenticare di Flick

A tenere banco, nel frattempo, rimane naturalmente il verdetto del campo, che è l’unico a non mentire mai. L’eliminazione per il Barcellona ha il sapore amaro della beffa, soprattutto perché la vittoria per 2-1 al Metropolitano si è rivelata insufficiente per ribaltare il 2-0 subito in casa. La partita, intensa e nervosa, ha visto i catalani partire a razzo con Lamine Yamal, capace di infilare la difesa di Simeone dopo soli quattro minuti di gioco, e poi raddoppiare con Ferran Torres. Sembrava fatta, e invece l’Atletico, da perfetto pugile che incassa per colpire al momento giusto, ha trovato la rete del 2-1 con Ademola Lookman, un gol che valeva una sentenza.

A nulla è servito il forcing finale, condito dalle proteste per un presunto rigore non concesso a Fermin Lopez (con conseguente sangue dal naso) e dall’espulsione di Eric Garcia, che ha lasciato il Barça in dieci uomini proprio nel momento del bisogno. E così, per Hansi Flick, l’approdo alle semifinali resta un miraggio, mentre per il "Cholo" Simeone si tratta dell’ennesima conferma di una carriera costruita sulla sofferenza e sulla capacità di gestire eventi avversi senza mai perdere la bussola. La mossa finale, quasi a suggellare questa supremazia psicologica, è arrivata proprio dal web, dove la partita continua a essere giocata, col pallone che ormai rotola solo nella memoria e le parole che diventano l’unica arma.

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