Tragedia di Crans-Montana, la scarcerazione del gestore del locale scatena la crisi diplomatica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre alcuni dei giovani ricoverati al Niguarda di Milano, dopo lunghe e complesse cure, ottengono finalmente il nulla osta per le dimissioni, e mentre si registra il risveglio dal coma di Elsa Rubino, la quindicenne ricoverata a Zurigo, un’ondata di amarezza travolge il percorso verso la giustizia per le quaranta vittime del rogo al locale Le Constellation. L’elemento che ha fatto deflagrare una crisi istituzionale di portata internazionale, spingendo il governo italiano a richiamare per consultazioni il proprio ambasciatore in Svizzera, è infatti la decisione della magistratura elvetica di concedere la libertà su cauzione a Jacques Moretti, il proprietario del locale teatro della strage. Una misura, questa, che ha suscitato sconcerto, alimentando il già profondo dissapore tra le autorità dei due paesi sulla gestione dell’inchiesta.

L’uscita di sicurezza chiusa a chiave e il vuoto di responsabilità

Ad accrescere il senso di un’ingiustizia stridente, mentre Moretti lasciava il carcere dietro il versamento di una cauzione da 215mila euro, è giunta la rivelazione del Neue Zurcher Zeitung secondo cui, nella notte dell’incendio, un’uscita di sicurezza del Le Constellation risultava regolarmente chiusa a chiave. Un dettaglio tecnico, che assume però il peso di una condanna morale, delineando un quadro di possibili gravissime negligenze alle spalle di una tragedia annunciata. Proprio su tali presupposti, che la procura svizzera sta ancora accertando, si fonda la rabbia dei familiari delle vittime, molti dei quali italiani, i quali vedono in quella scarcerazione un segnale di sottovalutazione della portata del fatto.

La reazione italiana e il muro elvetico

La reazione di Roma, per quanto definita “populista” da un senatore socialista svizzero, si è materializzata in un atto diplomatico di forte protesta, ritenuto necessario per esprimere la costernazione di fronte a una scelta processuale percepita come un oltraggio alla memoria dei defunti. Da parte svizzera, la linea di difesa si è articolata attorno al principio della separazione dei poteri, invocato per tenere la politica fuori dalle aule di giustizia, ma che risuona come un argine formale di fronte alle legittime richieste di verità e rigore. Quella separazione, invocata a gran voce dalle massime cariche elvetiche, sembra ora tradursi in una distanza abissale tra le attese delle parti offese e l’iter giudiziario avviato in Vallese.

Il dolore che sopravvive alla ricerca della giustizia

“L’unica cosa che mi tiene in vita è sapere che un giorno sarà fatta giustizia. Ma certe notizie vanno in senso contrario”. Queste parole, pronunciate da un familiare di una vittima, racchiudono l’essenza del dramma che si consuma parallelamente alle indagini. Un dramma fatto di speranze che si riaccendono con ogni piccolo miglioramento clinico dei superstiti, per essere poi brutalmente scosse da sviluppi procedurali che appaiono in palese contraddizione con la gravità dei fatti. La vicenda giudiziaria, con le sue accelerazioni e i suoi intoppi, procede così su un binario diverso rispetto al sentimento collettivo, che fatica a comprendere le logiche di una giustizia percepita come distante e troppo garantista verso chi, a vario Titolo, potrebbe avere delle responsabilità.

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