Prezzi dei carburanti, nuova impennata per benzina e gasolio: il diesel supera i 2,10 euro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation del conflitto in Medio Oriente, con il conseguente blocco parziale del trasporto petrolifero nello stretto di Hormuz, continua a riversare i propri effetti sulle pompe di benzina italiane, dove i listini segnano incrementi che non si vedevano dall’inizio della guerra in Ucraina. L’allarme, lanciato nelle ultime ore dalle associazioni dei consumatori sulla base dei dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy, dipinge il quadro di una stangata senza precedenti per automobilisti e imprese: il gasolio, in particolare, ha superato abbondantemente la soglia psicologica dei due euro, attestandosi su una media nazionale di 2,087 euro al litro per la self service, con punte che sulle reti autostradali toccano e superano i 2,14 euro. Un balzo in avanti, questo, che arriva dopo una settimana già caratterizzata da un rialzo record di oltre sedici centesimi, il secondo maggiore incremento settimanale mai registrato dalle serie storiche.

La dinamica dei prezzi, stando alle rilevazioni ufficiali, appare particolarmente preoccupante per il gasolio, il cui costo è lievitato del 21,1 per cento dall’inizio delle ostilità in Iran, una percentuale che quasi raddoppia quella registrata per la benzina. Tradotto in termini pratici, come calcolato dal Codacons, un pieno di cinquantacinque litri di diesel arriva a costare oggi fino a diciotto euro in più rispetto a fine febbraio, con un aggravio annuo che, per chi effettua due rifornimenti al mese, si avvicina pericolosamente ai quattrocentoquaranta euro. Numeri, questi, che raccontano di una pressione fiscale, tra accise e Iva, che continua a pesare per circa la metà sul prezzo finale, alimentando il dibattito sugli strumenti a disposizione dell’esecutivo per frenare la corsa.

Il governo punta sui bonus anziché sul taglio delle accise

Di fronte a questa ennesima fiammata, la linea di Palazzo Chigi sembra orientata a evitare interventi drastici e generalizzati sulla componente fiscale del prezzo. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha di fatto escluso il ricorso al meccanismo delle accise mobili, ovvero la sterilizzazione dell’Iva incrementale per abbattere le accise, uno strumento peraltro previsto dal programma di governo. La motivazione addotta dal ministro, in diverse interviste, poggia su una duplice considerazione: da un lato, il costo eccessivo per l’erario di un taglio lineare, che durante il governo Draghi arrivò a costare circa un miliardo al mese senza riuscire a domare l’inflazione; dall’altro, il fatto che l’incremento percentuale italiano, se paragonato a quello di Germania, Francia e Spagna, sarebbe inferiore.

L’esecutivo, invece, sta mettendo a punto un pacchetto di misure alternative, incentrato su bonus una tantum destinati alle famiglie con redditi più bassi, probabilmente quelli con un Isee inferiore ai quindicimila euro, e su interventi mirati per il settore dell’autotrasporto, duramente colpito dagli aumenti. Una strategia, quella dei bonus, che mira a sostenere il potere d’acquisto delle fasce deboli senza però intaccare il gettito fiscale derivante dalle accise, che resta una voce fondamentale per le casse pubbliche. Nel frattempo, il ministero ha riattivato la task force di "Mister Prezzi" e intensificato i controlli della Guardia di Finanza lungo tutta la filiera, dai depositi ai distributori, per scongiurare possibili speculazioni e verificare eventuali anomalie nei listini praticati alla pompa.

L’ira delle associazioni dei consumatori e l’effetto a catena sull’economia

La scelta del governo di non intervenire sulle accise ha scatenato la reazione indignata delle principali associazioni a tutela dei consumatori. Il Codacons, in particolare, ha parlato di una "strada sbagliata", accusando il ministro Urso di fornire numeri inesatti per giustificare l’inerzia dell’esecutivo. Secondo l’associazione, il taglio delle accise operato nel marzo del 2022 ebbe un effetto immediato e benefico sull’inflazione, facendo scendere l’indice di mezzo punto percentuale e generando un risparmio per le famiglie stimato in circa quattro miliardi di euro. Un intervento, questo, che oggi avrebbe il pregio di calmierare i listini per tutti i cittadini, a differenza dei bonus che, per loro natura, escluderebbero una larga fetta della popolazione, come i ceti medi, ugualmente esposta al caro-carburanti.

L’Unione Nazionale Consumatori, attraverso il suo presidente Massimiliano Dona, ha definito "incredibile" che il governo non faccia nulla mentre gli italiani pagano ogni giorno oltre sedici milioni di euro in più solo per i rifornimenti sulla rete ordinaria. Dona ha ricordato come basterebbe un decreto legge per ridurre le accise di dieci centesimi, una misura ragionevole e facilmente finanziabile che riporterebbe i prezzi ai livelli di un anno fa, bloccando sul nascere quella che rischia di trasformarsi in una reazione a catena sui prezzi al consumo. L’effetto moltiplicatore del caro-trasporti, infatti, è destinato a riverberarsi su tutta la filiera dei beni di largo consumo, dalle derrate alimentari ai materiali per l’edilizia, con il concreto rischio di alimentare nuovamente la spirale inflazionistica che aveva caratterizzato i mesi successivi allo scoppio della guerra in Ucraina.

Differenze regionali e la nuova geografia dei rincari

L’aumento dei prezzi, sebbene generalizzato, non colpisce in egual misura tutto lo Stivale, disegnando una nuova geografia dei rincari che sta modificando persino le abitudini di consumo. Secondo le rilevazioni, la maglia nera dei listini più alti spetta all’Abruzzo, dove in alcune aree il gasolio supera abbondantemente la media nazionale, mentre regioni come Lombardia e Calabria mostrano, al momento, una situazione leggermente più favorevole. Questo divario ha innescato un fenomeno di "pendolarismo della pompa": nelle zone di confine, come tra Abruzzo e Marche, non è raro vedere automobilisti disposti a percorrere decine di chilometri per fare rifornimento nella regione vicina, dove i prezzi, pur essendo alti, risultano più contenuti di qualche centesimo.

Una situazione, quella descritta dai dati Mase e Mimit, che evidenzia come la tensione sui prezzi sia ormai strutturale e destinata a persistere fintanto che permarrà l’instabilità internazionale. E mentre le associazioni dei consumatori continuano a chiedere a gran voce un intervento immediato e incisivo sul fronte fiscale, l’unica certezza, per ora, è il continuo stillicidio di aumenti che grava sulle tasche degli italiani, con il gasolio che viaggia stabilmente sopra i due euro e dieci e la benzina che si avvicina pericolosamente a quella stessa soglia, complice anche il rallentamento della domanda globale.

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