Gli Emirati hanno attaccato per la prima volta l’Iran, colpito un impianto di desalinizzazione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation militare in Medio Oriente, un conflitto che ormai da giorni ridisegna gli equilibri di una regione già di per sé fragile, ha registrato nelle ultime ore una svolta dal potenziale innesco devastante. Secondo quanto riportano i media israeliani, per la prima volta dall’inizio delle ostilità, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto un attacco diretto sul suolo iraniano. Il bersaglio prescelto, e qui si cela forse la chiave strategica dell’intera operazione, sarebbe stato un impianto per la desalinizzazione dell’acqua, infrastruttura nevralgica in un paese che, come molti altri nella penisola arabica, lotta quotidianamente contro la sete. La scelta del target non appare affatto casuale, se si considera che la guerra moderna, ormai, si combatte anche e soprattutto sulle risorse essenziali.

Il messaggio di Bin Zayed e la durezza di una posizione

Sul fronte interno, del resto, la leadership di Abu Dhabi ha voluto lanciare un segnale chiaro e inequivocabile, tanto alla propria popolazione quanto agli avversari esterni. Il presidente Mohammed bin Zayed Al Nahyan, in una delle sue rare e misurate apparizioni pubbliche, ha visitato i civili feriti ricoverati in ospedale a seguito dei continui raid, e le sue parole hanno il peso specifico di una dichiarazione di guerra formale, se non nei fatti, certamente nell’intenzione. “Non saremo facile preda”, ha avvertito, “siamo carne dura”. Un’espressione, quest’ultima, che nella sua crudezza lessicale vuole trasmettere l’idea di una nazione che, nonostante la sua immagine patinata e votata al business globale, è pronta a rispondere colpo su colpo. La visita del presidente, del resto, assumeva i contorni di una presa d’atto solenne: “Siamo in una fase di guerra”, ha dichiarato, pur cercando di rassicurare i cittadini sulla resilienza del paese, un paese che, nelle sue stesse parole, “sta bene” e saprà resistere.

La pioggia di droni e il fallimento delle tregue

Questa nuova e pericolosa dinamica offensiva da parte emiratina, per quanto ancora circoscritta e definita dai vertici israeliani come un “segnale” piuttosto che l’inizio di una campagna su larga scala, si inserisce in un quadro di tensione crescente e di sostanziale fallimento delle iniziative diplomatiche lampo. Basti pensare che appena ventiquattro ore prima, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva tentato una paradossale marcia indietro, scusandosi con i vicini del Golfo per le ostilità in corso e offrendo una tregua subordinata alla condizione che dai loro territori non partissero attacchi contro Teheran. Condizione, evidentemente, disattesa. La notte stessa, infatti, le incursioni non solo sono continuate, ma si sono spinte fino al cuore pulsante del lusso e della finanza globale, colpendo nuovamente Dubai e seminando il panico tra la popolazione civile e gli innumerevoli expat che popolano l’emirato.

Obiettivo strategico: lo stress idrico del nemico

Il direttore d’orchestra di questa sinfonia di distruzione, peraltro, sembra seguire uno spartito ben preciso che poco lascia al caso. Dall’inizio del conflitto, gli Emirati Arabi si sono rivelati uno dei bersagli strategici preferenziali per gli ayatollah, e i numeri, quando diffusi dai ministeri della Difesa, parlano un linguaggio freddo ma inesorabile. Solo nel fine settimana, le difese aeree emiratine hanno rilevato e contrastato un numero impressionante di minacce: centinaia di missili balistici e da crociera, e un vero e proprio sciame di droni, molti dei quali diretti verso infrastrutture critiche come aeroporti internazionali, hub portuali e, appunto, i vitali impianti di desalinizzazione. Colpire l’acqua significa colpire la possibilità stessa di vita e di sviluppo di un paese come gli Emirati, un paese che ha costruito la propria fortuna sul petrolio ma la propria sopravvivenza quotidiana su complessi e vulnerabili sistemi di trattamento delle acque. E se alcuni di questi missili e droni finiscono in mare o vengono abbattuti, altri invece mietono vittime tra i lavoratori stranieri, cittadini di paesi lontani e neutrali, che pagano con la vita lo scacchiere geopolitico in cui si trovano, loro malgrado, a vivere.

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