La guerra si allarga all’acqua: colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, Teheran risponde su una base in Bahrein
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Redazione Esteri
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Il decimo giorno di conflitto aperto tra Iran, Stati Uniti e Israele segna una svolta preoccupante per gli equilibri di una regione, quella del Golfo Persico, che scopre una nuova e forse più letale linea del fronte. Non si tratta solo del petrolio, delle sue rotte e dei suoi terminali, ma di qualcosa di ancora più essenziale e vulnerabile: l’acqua potabile. Un attacco missilistico, la cui paternità è al centro di un acceso rimbalzo di accuse, ha colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola iraniana di Qeshm, nello stretto di Hormuz. L’effetto è stato immediato e drammatico: l’approvvigionamento idrico per oltre trenta villaggi dell’isola è stato interrotto, gettando migliaia di civili in una condizione di emergenza nel bel mezzo di una guerra.
La dinamica dell’accaduto è, al momento, avvolta in una fitta coltre di propaganda e smentite che caratterizza ormai ogni aspetto di questa crisi. Fonti della stampa israeliana avevano inizialmente attribuito il raid all’aviazione degli Emirati Arabi Uniti, ipotizzando una mossa di Abu Dhabi in risposta a precedenti attacchi con droni sul proprio territorio. Una ricostruzione, questa, prontamente e categoricamente smentita dalle autorità emiratine, che hanno parlato di “fake news” ribadendo la propria estraneità all’azione e la volontà di non colpire infrastrutture civili. Dall’altra parte, Teheran ha indicato un responsabile preciso. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in un post pubblicato sulla piattaforma X, ha denunciato quello che ha definito un “crimine palese e disperato” commesso dagli Stati Uniti, i quali, secondo la ricostruzione iraniana, avrebbero distrutto l’impianto con missili lanciati venerdì scorso dalla propria base di Jufair, in Bahrein. Una versione che, va da sé, trova il netto diniego del comando centrale americano.
L’attacco a Qeshm e la catena di rappresaglie
Oltre la ridda di voci e le contrapposte narrazioni diplomatiche, a parlare sono i fatti concreti sul terreno, o meglio, sul mare. L’impianto di Qeshm non era un obiettivo militare nel senso tradizionale del termine, bensì un’infrastruttura nevralgica per la sopravvivenza civile, uno di quei nodi vitali da cui dipende la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone. La sua distruzione, o il suo danneggiamento grave, rappresenta un salto di qualità nello scontro, introducendo un elemento di pressione inedito: la guerra per l’acqua. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere, confermando la pericolosità della nuova escalation. Il delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato di aver preso di mira, con missili a guida di precisione a combustibile solido e liquido, proprio la base statunitense di Jufair in Bahrein, da cui si presume sia partito l’attacco, come atto di rappresaglia per il raid su Qeshm.
Le conseguenze di questo scambio di colpi, che trasformano le infrastrutture idriche in bersagli, vanno ben oltre il danno materiale immediato. La regione del Golfo, com’è noto, poggia su un paradosso geologico: immense ricchezze di idrocarburi ma una cronica e drammatica carenza di acqua dolce. Per decenni, questo problema è stato risolto con la tecnologia e il denaro, costruendo una rete di impianti di desalinizzazione che oggi rappresentano l’unica ancora di salvezza per decine di milioni di persone. Stati come il Kuwait dipendono da questi impianti per il 90% del proprio fabbisogno di acqua potabile, l’Oman per l’86% e l’Arabia Saudita per circa il 70%. La stessa Israele, nonostante un sistema idrico avanzato, soddisfa circa l’80% del proprio fabbisogno domestico attraverso la desalinizzazione. Colpire uno di questi impianti, come accaduto a Qeshm, significa minacciare non solo la sicurezza idrica di una nazione, ma la sua stessa stabilità sociale e la possibilità di mantenere in vita i grandi agglomerati urbani costieri.
La vulnerabilità idrica del Golfo e i primi effetti collaterali
La portata di questa nuova minaccia è resa ancor più chiara dall’integrazione fisica e funzionale che molti di questi impianti hanno con le centrali elettriche. Spesso si tratta di strutture di cogenerazione: un attacco alla rete energetica, o un danno collaterale a una centrale, si traduce in un immediato effetto domino che paralizza anche la produzione di acqua potabile. Negli stessi giorni dell’attacco a Qeshm, si sono registrati danni a strutture energetiche e portuali in Kuwait, Qatar e Bahrein, a testimonianza di come il conflitto stia erodendo sistemicamente le maglie del tessuto civile della regione. E proprio il Bahrein, bersaglio della rappresaglia iraniana, ha denunciato a sua volta un attacco con droni contro una propria infrastruttura idrica, a riprova del fatto che la strategia di colpire le “lifeline” nemiche, sebbene formalmente condannata da tutte le parti, è ormai una tragica realtà del conflitto.
La scelta di colpire un impianto di desalinizzazione non è casuale. L’acqua è da tempo riconosciuta dagli analisti come la risorsa strategica per eccellenza in Medio Oriente. Già in passato, rapporti riservati della CIA avevano evidenziato come la disruzione di queste strutture potesse avere conseguenze più gravi della perdita di qualsiasi altra industria o materia prima. Se i grandi impianti venissero messi fuori uso in modo massiccio, le scintillanti metropoli del deserto, da Dubai a Riyadh, si troverebbero di fronte a uno scenario da incubo: riserve idriche sufficienti al massimo per pochi giorni e nessuna possibilità di approvvigionamento alternativo se non una catastrofica evacuazione. Per ora, l’Iran sembra aver evitato un attacco totale alle strutture dei vicini arabi, probabilmente per non spingere l’intera coalizione del Golfo verso un intervento militare diretto. Il raid su Qeshm, chiunque ne sia l’autore materiale, ha però rotto un tabù pericoloso, trasformando di fatto l’acqua nell’obiettivo sensibile di questo 2026 e aprendo uno scenario di conflitto i cui confini, fino a ieri, sembravano inimmaginabili.




