Teheran sotto le bombe, senza sonno né pace: niente sirene o rifugi
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Redazione Esteri
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Il dodicesimo giorno di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran consegna immagini di una capitale iraniana scossa dai bombardamenti, con i residenti costretti a fare affidamento unicamente sui propri sensi per sopravvivere all’incubo che piove dal cielo. Gli aerei, raccontano i testimoni, volano così bassi che il loro rombo sembra provenire dall’interno delle case, e le sirene – quelle che in qualsiasi altra parte del mondo annuncerebbero il pericolo imminente – qui non suonano mai, come se il regime avesse scelto il silenzio come sinistro compagno di strada per la popolazione. «Per questo la notte non dormiamo», ha confidato Samira, una residente della città, esprimendo il senso di angoscia collettiva che paralizza non solo Teheran ma anche centri come Tabriz, Shiraz e Mashhad, dove la popolazione trascorre notti insonni in attesa del boato che potrebbe essere l’ultimo. Le immagini diffuse sui social media mostrano veicoli ridotti a scheletri carbonizzati, macerie che invadono le strade e colonne di fumo che si levano verso il cielo, mentre la Mezzaluna Rossa Iraniana è stata immortalata mentre scavava tra i resti di due edifici distrutti in quella che viene descritta come un’area residenziale.
Il Pentagono, per bocca del segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva preannunciato quella che si sarebbe rivelata come la giornata più intensa di bombardamenti dall’inizio delle ostilità, con un numero di cacciabombardieri, velivoli e obiettivi colpiti superiore a qualsiasi fase precedente del conflitto. Una promessa mantenuta, a giudicare dall’entità dei danni che hanno fatto tremare la metropoli persiana e che hanno costretto persino i media ufficiali a mostrare l’opera dei soccorritori intenti a rimuovere le macerie. Le esplosioni, alcune delle quali hanno danneggiato anche le vicinanze dell’aeroporto internazionale di Mehrabad, hanno trasformato il paesaggio urbano in un mosaico di distruzione, con la folla che si radunava attorno ai crateri e agli edifici lesionati, quasi a voler constatare con i propri occhi l’entità di una violenza che ormai scandisce il ritmo delle giornate. E mentre i civili contano i danni, il conflitto conosce una pericolosa estensione geografica e strategica: il Golfo Persico si è trasformato in un teatro di pressione energetica, con il tratto di Ormuz che ha visto il transito di petroliere crollare del 97 per cento dopo che il Comando Centrale americano ha annunciato di aver distrutto sedici imbarcazioni iraniane adibite al minamento.
Il ricompattamento del regime attorno alla nuova Guida e la svolta nella strategia bellica
Sul piano interno, Teheran mostra un volto compatto nonostante le bombe. Il regime si è riorganizzato attorno alla figura della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali – ucciso nel primo giorno del conflitto, il 28 febbraio – e sostenuto con determinazione dall’ala più oltranzista del sistema e dalle Guardie Rivoluzionarie. La scelta di concentrare il potere nelle mani del figlio dell’ayatollah scomparso rappresenta un segnale preciso lanciato all’interno e all’esterno: la Repubblica Islamica non intende mostrare crepe né concedere spazio a incertezze proprio mentre il suo territorio viene fatto oggetto di quella che il Pentagono ha definito operazione “Epic Fury”. La nuova Guida, nonostante le voci insistenti circa un suo ferimento in un attentato – circostanza che ha portato il figlio del presidente Masoud Pezeshkian a dichiarare pubblicamente che Khamenei è “sano e salvo” – costituisce il perno attorno al quale ruota la risposta iraniana, una risposta che nelle ultime ore ha assunto i contorni di una offensiva regionale a tutto campo.
Le Guardie Rivoluzionarie hanno infatti rivendicato il lancio di missili contro obiettivi strategici statunitensi, tra cui la base aerea di Al Udeid in Qatar e quella di Al Harir in Iraq, senza dimenticare gli attacchi con droni contro installazioni americane negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, a dimostrazione che la capacità di colpire oltre i propri confini non è stata minimamente intaccata dalle incursioni aeree subite. L’Iran ha inoltre minacciato di prendere di mira centri economici e banche statunitensi e israeliani presenti nella regione, un avvertimento che agita i sonni degli investitori internazionali e che spiega in parte la fuga da centri nevrotici come Dubai, trasformata in una città fantasma dopo che l’aeroporto locale è stato danneggiato e le sue spiagge – solitamente brulicanti di turisti e residenti – si sono ritrovate deserte.
L’acqua diventa arma strategica nel confronto che ridisegna gli equilibri del Golfo
Parallelamente all’escalation missilistica, il conflitto ha assunto una fisionomia inedita e forse ancora più preoccupante per le popolazioni civili dell’area. L’acqua, risorsa più preziosa del petrolio in una regione desertica, è emersa come nuova e temibile arma strategica, con attacchi mirati agli impianti di desalinizzazione che rischiano di provocare una catastrofe umanitaria senza precedenti. L’isola iraniana di Qeshm ha visto il proprio impianto di dissalazione colpito, lasciando oltre trenta villaggi completamente senza approvvigionamento idrico, mentre il Bahrein ha denunciato un attacco con drone – attribuito a Teheran – contro una propria infrastruttura idrica nell’area industriale di Al Hidd, dalla quale dipende buona parte dell’acqua potabile del regno. Si tratta di un passaggio di fase epocale: colpire gli impianti di desalinizzazione significa colpire il cuore pulsante della sopravvivenza di paesi come il Kuwait, che per il 90 per cento del proprio fabbisogno dipende dall’acqua dissalata, l’Oman con l’86 per cento, l’Arabia Saudita con il 70, per non parlare di Israele, dove la percentuale tocca l’80 per cento.
La vulnerabilità del sistema idrico del Golfo è resa ancora più drammatica dalla sua integrazione con le centrali elettriche: molti impianti lavorano in cogenerazione, per cui mettere fuori uso una centrale significa paralizzare contemporaneamente la produzione di energia e quella di acqua potabile. Gli esperti citati dal Wall Street Journal avvertono che le metropoli del deserto potrebbero collassare in pochi giorni se i grandi impianti venissero messi fuori uso in modo massiccio, un rischio che fino a ieri sembrava teorico ma che oggi è tragicamente concreto dopo che il raid su Qeshm ha rotto un tabù pericoloso. E mentre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si appresta a votare una risoluzione presentata dal Bahrein che condanna l’Iran per gli attacchi contro diversi paesi arabi, sul terreno la guerra continua a mietere vittime e a ridisegnare equilibri, con il confronto che si allarga al Libano e con Washington e Tel Aviv che – pur con visioni diverse sulla durata del conflitto – proseguono nella loro offensiva congiunta, mentre l’Europa osserva con crescente preoccupazione dal Mediterraneo.




