Guerra in Iran, l’attacco agli impianti di desalinizzazione apre un nuovo fronte: ora l’acqua è un obiettivo militare
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Redazione Esteri
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Nell’ambito del conflitto che dal 28 febbraio scorso vede Stati Uniti e Israele impegnati in un’offensiva militare contro l’Iran, le dinamiche belliche stanno subendo una mutazione che pochi analisti, fino a poche settimane fa, avevano realmente previsto. Se nelle prime fasi dell’operazione, scatenata dopo il fallimento dei negoziati sul programma nucleare di Teheran, l’attenzione era concentrata sugli attacchi alle infrastrutture petrolifere e ai depositi di carburante – basti pensare ai bombardamenti sulla raffineria di Shahran – nelle ultime ore è emerso un bersaglio strategico di natura completamente diversa, la cui rilevanza per la sopravvivenza delle popolazioni locali supera forse quella del greggio. Fonti giornalistiche israeliane, infatti, riportano che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto un’operazione militare contro un impianto iraniano per la desalinizzazione dell’acqua marina, segnando in tal modo quella che sarebbe la prima azione diretta di Abu Dhabi contro la Repubblica Islamica dall’inizio delle ostilità, un gesto che, se confermato, rappresenterebbe un’escalation dalle conseguenze potenzialmente incontrollabili in un’area già pesantemente instabile.
La risorsa vitale nel mirino degli attacchi
A rendere concreta la portata del pericolo, tuttavia, non è soltanto questa azione specifica, peraltro smentita in modo categorico dalle autorità emiratine che parlano di disinformazione volta a trascinarle nel conflitto, quanto una serie di episodi che si sono susseguiti nel corso dell’ultimo fine settimana e che hanno visto le infrastrutture idriche diventare oggetto di ostilità in diversi punti del Golfo. Il governo del Bahrain, domenica 8 marzo, ha denunciato ufficialmente che uno dei suoi principali impianti di desalinizzazione, situato nell’area industriale di Al Hidd, è stato colpito da un drone, che le autorità di Manama indicano come di fabbricazione iraniana; un attacco che, sebbene non abbia interrotto completamente la produzione grazie alla ridondanza della rete, ha provocato danni materiali a una struttura da cui dipende una percentuale altissima del fabbisogno idrico del paese insulare, stimata da alcune fonti intorno al settantacinque per cento. Poche ore prima, era stata Teheran a denunciare un raid statunitense contro un suo impianto di desalinizzazione situato sull’isola di Qeshm, nello strategico stretto di Hormuz: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di un’azione “sconsiderata” che avrebbe interrotto la fornitura idrica per una trentina di villaggi della regione, avvertendo che colpire le infrastrutture idriche rappresenta un precedente pericoloso e dalle conseguenze gravi, indipendentemente da chi lo abbia stabilito per primo.
La dipendenza strutturale dei paesi del Golfo
Questi eventi, che potrebbero apparire come episodi collaterali in un conflitto di vaste proporzioni, acquistano una dimensione completamente diversa se letti alla luce della struttura idrogeologica della penisola arabica. I paesi che si affacciano sul Golfo Persico, infatti, contano su una delle più imponenti reti di dissalatori al mondo, con centinaia di impianti costieri che trasformano quotidianamente enormi volumi di acqua marina in acqua potabile, rendendo possibile la vita in una delle aree più aride del pianeta dove non esistono fiumi perenni e le falde acquifere sono ormai prossime all’esaurimento. La dipendenza da queste infrastrutture, come sottolineano numerosi studi citati in queste ore dalla stampa internazionale, è tale da configurare un vero e proprio tallone d’Achille strategico: il Kuwait, ad esempio, ricava circa il novanta per cento della propria acqua dolce dalla desalinizzazione, l’Arabia Saudita si attesta su percentuali vicine al settanta per cento, mentre l’Oman supera l’ottanta per cento e persino Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, vede coperto fino al novantasei per cento del consumo domestico da questi processi industriali. Numeri che evidenziano come la desalinizzazione, lungi dall’essere una semplice opzione tecnologica, costituisca l’unico vero pilastro su cui poggia la sopravvivenza di metropoli come Dubai, Doha, Manama o Kuwait City, mettendole in una condizione di vulnerabilità difficile da sottovalutare.
Infrastrutture esposte e fragili
La fragilità di questo sistema, come emerge dalle cronache di queste ore e da analisi condotte negli anni da centri studi e persino da agenzie governative statunitensi, risiede nella natura stessa degli impianti di desalinizzazione, che per funzionare devono necessariamente essere posizionati lungo la linea di costa, esponendosi così in modo palese a eventuali attacchi missilistici o con droni. Non solo: la maggior parte di queste strutture opera in regime di cogenerazione con le vicine centrali elettriche, il che significa che un danno alla rete energetica si tradurrebbe inevitabilmente in un blocco anche della produzione idrica, moltiplicando gli effetti di un singolo attacco. Un rapporto della CIA risalente al 2010, ma la cui attualità è stata ribadita in diversi commenti recenti, stimava che oltre il novanta per cento dell’acqua desalinizzata dell’area provenga da appena cinquantasei impianti, ciascuno dei quali considerato estremamente vulnerabile ad azioni di sabotaggio o ad attacchi militari, con la conseguenza che l’interruzione anche di uno solo di essi potrebbe gettare nel caos un’intera città nel giro di pochi giorni. Documenti diplomatici statunitensi diffusi da WikiLeaks parlavano, già nel 2008, della necessità di evacuare la capitale saudita Riyadh nell’arco di una settimana qualora l’impianto di Jubail o le sue condotte venissero gravemente danneggiati, uno scenario che oggi, con il conflitto in corso e gli attacchi che si moltiplicano, sembra meno remoto di quanto si potesse immaginare.




