La guerra si allarga agli impianti di desalinizzazione: nel Golfo l'acqua diventa un obiettivo militare più strategico del petrolio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La raffineria di Shahran, nei dintorni di Teheran, era ancora in fiamme per i bombardamenti israeliani quando un'altra, e forse più insidiosa, linea di conflitto ha cominciato a delinearsi lungo le coste del Golfo Persico. Se l'oro nero è da sempre il cardine dell'economia regionale e, di conseguenza, uno dei primi bersagli in caso di escalation, l'attuale crisi innescata dall'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran sta facendo emergere con chiarezza un nuovo e più vulnerabile punto nevralgico: le infrastrutture idriche. Non si tratta più solo di interrompere i flussi energetici o di danneggiare i depositi di greggio, ma di colpire il sistema che garantisce la sopravvivenza stessa di milioni di persone, un sistema, quello della desalinizzazione, da cui dipendono in maniera quasi assoluta paesi come il Kuwait, il Qatar o il Bahrein, e in misura comunque rilevante l'Arabia Saudita e gli stessi Emirati Arabi Uniti.

Un attacco che cambia le regole del conflitto

Nelle ultime ore, la notizia di un presunto attacco a un impianto iraniano di desalinizzazione, inizialmente attribuito da fonti israeliane agli Emirati Arabi Uniti, ha gettato una luce sinistra su quella che potrebbe configurarsi come una nuova fase della guerra. Le smentite ufficiali di Abu Dhabi, che ha definito le voci sulla sua partecipazione "imprecise e inopportune", non hanno però placato i timori, anzi, hanno rivelato la portata della posta in gioco. Quasi in contemporanea, il governo del Bahrein ha denunciato un attacco con drone, di provenienza iraniana, contro un proprio impianto di desalinizzazione, dimostrando come nessuna delle infrastrutture civili della regione possa più sentirsi al sicuro. Questi eventi, a cui si aggiungono i danni riportati da impianti in Kuwait e negli Emirati, segnano un pericoloso salto di qualità: l'acqua, la risorsa più preziosa in una delle aree più aride del pianeta, è entrata a pieno Titolo nel mirino dei belligeranti.

La vulnerabilità di un sistema vitale

La centralità strategica di questi impianti è direttamente proporzionale alla loro fragilità. Basti pensare che circa il 90% dell'acqua potabile del Kuwait proviene dal mare, una percentuale che in Oman si attesta sull'86% e in Arabia Saudita sul 70%. Si tratta di complessi industriali sofisticati ma estremamente vulnerabili, spesso integrati con centrali elettriche in impianti di cogenerazione: un singolo missile o un drone che danneggi una condotta di presa a mare, un sistema di filtraggio o la rete elettrica può interrompere la produzione idrica di un'intera metropoli nel giro di poche ore. Analisi della CIA risalenti ormai a quindici anni fa avevano già messo in guardia su questo punto, sottolineando come oltre il 90% dell'acqua desalinizzata del Golfo fosse prodotta da appena 56 impianti, ciascuno dei quali rappresentava un obiettivo potenzialmente in grado di innescare una crisi nazionale. Un cavo diplomatico statunitense del 2008, citato da più fonti, ipotizzava addirittura che un serio danneggiamento all'impianto di Jubail, in Arabia Saudita, avrebbe costretto all'evacuazione la capitale Riyadh nel giro di una settimana.

Il precedente storico e il nuovo corso

L'idea di colpire le risorse idriche non è nuova in Medio Oriente. Durante la ritirata dalla Guerra del Golfo del 1991, le forze irachene diedero alle fiamme pozzi petroliferi ma sabotarono anche centrali elettriche e impianti di desalinizzazione in Kuwait, lasciando il paese per anni in una condizione di cronica scarsità d'acqua che richiese importazioni di emergenza. Allora, però, si trattò di un atto vandalico in un conflitto concluso. Oggi, la situazione è differente: siamo di fronte a una strategia bellica in piena evoluzione. Teheran dal canto suo, pur essendo meno dipendente dalla dissalazione rispetto ai vicini (la sua acqua proviene in larga parte da falde e fiumi), ha denunciato il bombardamento statunitense del proprio impianto sull'isola di Qeshm, un attacco che, secondo il ministro degli Esteri iraniano, ha lasciato trenta villaggi senz'acqua e costituisce un pericoloso precedente. Una denuncia che suona come un avvertimento, ma anche come la giustificazione per eventuali ritorsioni simmetriche.

L'attenzione dei mercati e dell'opinione pubblica mondiale resta focalizzata sul prezzo del greggio, schizzato oltre i cento dollari al barile, e sulla possibilità che lo Stretto di Hormuz venga chiuso. Tuttavia, come sottolineano diversi analisti, se il petrolio è essenziale per l'economia dei paesi del Golfo, l'acqua lo è per la loro stessa esistenza. Colpire gli impianti di desalinizzazione significa innescare una crisi umanitaria immediata, mettere in ginocchio la popolazione e, potenzialmente, generare nuovi flussi migratori forzati in un territorio già martoriato da decenni di instabilità. Le centinaia di impianti che costellano le coste da Bassora a Dubai, un tempo considerati il trionfo dell'ingegneria sulla geografia, si rivelano oggi essere il tallone d'Achille di intere nazioni, esposte a un rischio che nessuna riserva petrolifera può scongiurare.

Description: L'escalation in Medio Oriente colpisce gli impianti di desalinizzazione. L'acqua diventa un bersaglio militare strategico, mettendo a rischio la sopravvivenza di milioni di persone nel Golfo.

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