Emirati, smentita secca sui social: “Non abbiamo colpito l’Iran”. Ma si valutano altre misure
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Redazione Esteri
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La dinamica di quello che appare ormai come un conflitto ad ampio raggio, destinato a ridefinire gli equilibri in Medio Oriente, si arricchisce di colpi di scena e repentine smentite che contribuiscono a rendere il quadro informativo quanto mai complesso e denso di implicazioni. Nelle ultime ore, una notizia rilanciata con insistenza dai media israeliani aveva trovato ampia eco sulle principali testate internazionali, gettando ombre preoccupanti su un’ulteriore estensione del teatro bellico: secondo quelle fonti, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto un attacco militare diretto contro un impianto di desalinizzazione situato sull’isola iraniana di Qeshm, uno dei più grandi dell’area, la cui distruzione – come sottolineano gli esperti – potrebbe comportare conseguenze catastrofiche per l’approvvigionamento idrico di numerose comunità costiere della Repubblica Islamica. La notizia, se confermata, avrebbe rappresentato un salto di qualità nella crisi, trascinando ufficialmente Abu Dhabi in una guerra aperta con Teheran.
Tuttavia, la reazione delle autorità emiratine non si è fatta attendere, ed è arrivata con una chiarezza e una durezza lessicale che non lasciano spazio a interpretazioni. È stato Rashid Al Nuaimi, figura di primo piano in quanto presidente del Consiglio Nazionale Federale, a intervenire personalmente sul suo profilo X per smentire in modo categorico quanto riportato. “Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, ha scritto Al Nuaimi, in un post che suona come una reprimenda nei confronti di chi diffonde quelle che Abu Dhabi considera mere voci di propaganda. Una presa di posizione, questa, che mira a ribadire la sovranità decisionale del Paese e a tracciare un confine netto tra le proprie azioni e quelle di altri attori regionali, in un momento in cui la disinformazione diventa essa stessa un’arma.
Ciò non significa, però, che gli Emirati assistano inerti allo scenario di instabilità che si sta materializzando ai loro confini. Al contrario, la macchina della difesa emiratina si è attivata, seppur con una postura dichiaratamente difensiva. Il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha diffuso nelle ultime ore dei filmati che mostrano elicotteri e sistemi anti-aerei in azione, intenti a intercettare e distruggere ondate di droni – molto probabilmente di fabbricazione iraniana o sostenuti da Teheran – che violavano lo spazio aereo nazionale. “Obiettivo distrutto”, recita la didascalia che accompagna le immagini, a testimoniare la prontezza operativa delle forze armate, ma anche la volontà di comunicare trasparenza riguardo alle minacce concrete che il Paese si trova ad affrontare, pur senza varcare la soglia dell’attacco preventivo in territorio nemico. La strategia comunicativa, in questo senso, è chiara: mostrare i muscoli in casa per dissuadere, senza fornire pretesti per una ritorsione su larga scala.
Dalla difesa militare alla ritorsione finanziaria: l’ipotesi del congelamento dei fondi iraniani
Al di là della smentita sull’azione militare e della dimostrazione di forza difensiva, è sul piano economico e finanziario che sembra profilarsi la risposta più concreta e, potenzialmente, più lesiva per gli interessi di Teheran. Fonti qualificate raccontano come l’unica misura attualmente allo studio del presidente, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, noto anche con l'acronimo MBZ, sia il congelamento dei fondi iraniani depositati presso gli istituti di credito nazionali. Una mossa, questa, che segnerebbe una svolta radicale rispetto alla tradizionale politica di neutralità e di ponte commerciale che Dubai ha sempre rappresentato per l'economia iraniana, storicamente un canale privilegiato per aggirare le sanzioni occidentali. Colpire i capitali della Repubblica Islamica significherebbe infliggere un colpo durissimo alle sue già provate finanze, complicando ulteriormente la capacità di Teheran di finanziare lo sforzo bellico e di mantenere in vita i propri apparati.
Non si tratta, però, di un semplice atto tecnico-amministrativo, ma di una decisione dall’alto valore simbolico e politico, che lo sceicco Mohammed bin Zayed ha voluto personalmente accompagnare con un messaggio diretto agli ayatollah. L’uomo, il cui patrimonio personale viene stimato intorno ai 14 miliardi di dollari e che governa uno degli emirati più ricchi del pianeta, ha voluto far precedere qualsiasi eventuale mossa concreta da un avvertimento che lascia poco spazio a fraintendimenti. Pur nella ricerca, ancora prioritaria, di evitare una guerra aperta, la linea rossa tracciata da Abu Dhabi è netta: la sicurezza nazionale non è negoziabile. "Abbiamo la pelle dura e una carne aspra", è il senso del messaggio fatto filtrare dagli ambienti della corona, un monito che richiama alla memoria antiche fierezze tribali, riadattate al linguaggio della realpolitik contemporanea.
Lo scenario che si delinea, dunque, è quello di un conflitto ibrido. Da un lato, la smentita formale e le operazioni militari strettamente confinate alla difesa dei propri confini; dall’altro, la minaccia concreta di utilizzare l’arma della finanza come strumento di pressione e di ritorsione, inasprendo quella guerra economica che da anni caratterizza i rapporti tra l’Occidente e la Repubblica Islamica. La decisione finale sul congelamento dei fondi, che potrebbe interessare somme considerevoli legate al delle Guardie della Rivoluzione Islamica e ad altre entità commerciali vicine al regime, è ancora al vaglio delle autorità, ma la semplice possibilità che venga attuata sta già producendo i suoi effetti, alimentando l’incertezza nei mercati e nelle relazioni diplomatiche del Golfo. Un eventuale via libera da parte di MBZ rappresenterebbe, di fatto, la fine di ogni ambigua equidistanza e l’allineamento definitivo degli Emirati su posizioni di netta contrapposizione all’Iran, con conseguenze che potrebbero riverberarsi per anni sugli equilibri dell’intera regione.




