Guerra, gli 007 sull’Iran: «Ha ancora tanti missili» e cresce la tensione nel golfo con una nave sequestrata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si placano le fibrillazioni attorno allo scacchiere mediorientale, un teatro dove ogni movimento, anche il più sfuggente, rischia di innescare reazioni a catena. Mentre gli apparati di intelligence internazionali – con uno sguardo particolarmente attento a Teheran – confermano che la Repubblica islamica dispone ancora di un arsenale missilistico di considerevole entità, capace di saturare le difese aeree della regione, accade qualcosa nelle acque del Golfo Persico. Una nave, ancorata al largo delle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti, precisamente a 38 miglia nautiche a nord-est di Fujairah, è stata abbordata da persone non identificate. Il personale non autorizzato, dopo essere salito a bordo, ha preso il controllo dell’imbarcazione che, stando alle ricostruzioni del Centro per le operazioni commerciali marittime del Regno Unito (Ukmto), sta ora facendo rotta verso le acque territoriali iraniane.

La replica di Abu Dhabi e il siluro alla disinformazione

In un contesto già infiammato da queste manovre ostili in mare, arriva una smentita netta e circostanziata da Abu Dhabi. Il ministero degli Esteri emiratino ha smentito con decisione le voci, evidentemente circolate in ambienti diplomatici e non solo, relative a una presunta visita del premier israeliano negli Emirati; allo stesso modo, viene rigettata come infondata la notizia secondo cui una delegazione militare israeliana sarebbe stata ricevuta sul territorio della federazione. La nota ufficiale, asciutta e priva di ambiguità, taglia corto con quelle che Abu Dhabi definisce semplicemente delle falsità, cercando di arginare il proliferare di narrazioni che potrebbero alterare gli equilibri, già fragili, di un’area sotto costante osservazione.

Il calcio iraniano tra mondiali e respingimenti

Dalle acque del Golfo ai campi da calcio, il filo che lega Teheran agli Stati Uniti si tinge di nuove contraddizioni. La nazionale iraniana, che si appresta a viaggiare negli Usa per disputare le prossime partite dei Mondiali (con ritiro fissato a Tucson e le gare del girone di qualificazione divise tra Los Angeles e Seattle), è stata salutata ieri sera con toni solenni dalle massime autorità religiose: «Rappresenterà il popolo, i combattenti, la nostra Guida Suprema e la nazione», è stato l’auspicio lanciato da Teheran. Eppure, restano aperti tutti i dubbi sulla politica di ammissione che le autorità statunitensi adotteranno, specialmente dopo che il presidente della federcalcio iraniana, Mehdi Taj, è stato respinto al confine canadese a poche ore dal Congresso Fifa, un episodio che getta un’ombra sull’effettiva mobilità della delegazione.

Fatah e il bivio del dopo Abu Mazen

Un’altra partita, di natura squisitamente politica e generazionale, si gioca invece tra le mura di Ramallah. Più che una semplice conferenza per rivitalizzare il partito Fatah, l’appuntamento in programma dal 14 maggio somiglia a una battaglia per la successione alla presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese. È il “dopo Abu Mazen”, insomma, a tenere banco: uno scacchiere intricato dove ogni mossa, ogni alleanza e ogni silenzio pesano come macigni, senza che al momento emergano candidati chiari o soluzioni condivise per traghettare il movimento fuori dall’impasse attuale.

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