Gli Emirati lasciano l’Opec: “Non ci ha protetto dall’Iran”. Colpo all’Arabia Saudita
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La notizia, piombata mentre a Gedda si riunivano i Paesi del Golfo, ha il sapore di un vero e proprio terremoto diplomatico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Opec, un’organizzazione di cui facevano parte dal lontano 1967, e l’effetto immediato è stato quello di un pugno nello stomaco del cartello petrolifero, e in particolare del suo alleato e leader de facto, l’Arabia Saudita. È una decisione, quella di Abu Dhabi, che covava sottotraccia da anni – lo si sussurrava nei corridoi del potere energetico senza mai trovare conferma – e che si è consumata in un frangente drammatico, nel mezzo di una delle crisi energetiche più gravi mai registrate.
L’addio al cartello: perché gli Emirati hanno detto basta
La motivazione ufficiale, filtrata attraverso canali informali prima di diventare dichiarazione politica, è tanto lapidaria quanto rivelatrice: l’Opec non ha saputo proteggere gli Emirati dall’Iran. Una frase, questa, che pesa come un macigno sugli equilibri interni al cartello, da sempre descritto come un baluardo degli interessi dei produttori. Lasciarlo, per il secondo Paese più influente dell’organizzazione dopo Riyad, significa mandare in frantumi qualsiasi parvenza di unità. Non si trattava, evidentemente, di una semplice schermaglia tecnica sui tagli alla produzione, bensì di una questione di sicurezza nazionale: Teheran, con le sue continue provocazioni nel Golfo e gli attacchi a infrastrutture e navi mercantili, è stata percepita da Abu Dhabi come una minaccia concreta, rispetto alla quale il vecchio patto petrolifero non ha fornito alcuna reale copertura.
Le conseguenze geopolitiche di uno strappo annunciato
Kenneth Rogoff, direttore dell’istituto di economia internazionale ad Harvard e già capo economista del Fmi, ha osservato come con gli Emirati fuori dall’Opec siano saltati quegli equilibri che, per decenni, hanno tenuto insieme paesi spesso in conflitto tra loro. Salteranno i meccanismi di riequilibrio dell’offerta? Probabile. Ma l’aspetto più interessante, in questa fase, non riguarda tanto il prezzo del greggio – per quanto in rialzo – quanto le alleanze che si stanno rinsaldando alle spalle del cartello. Abu Dhabi, infatti, ha intensificato i legami con Israele e Stati Uniti, un asse che prescinde completamente dalla vecchia logica Opec. Si tratta di un riallineamento strategico, che Donald Trump – presidente degli Stati Uniti ormai da più di un anno – potrebbe aver favorito senza bisogno di dichiarazioni ufficiali, semplicemente garantendo a Emirati e Israele quella protezione militare e diplomatica che l’Opec non aveva mai offerto.
Un equilibrio già in crisi che ora cede del tutto
Che l’ordine energetico mondiale stesse cambiando era sotto gli occhi anche dell’osservatore più distratto; che lo stesse facendo a una velocità tale da lasciare tutti senza fiato, in pochi lo avevano previsto. L’uscita parallela dall’Opec e dall’accordo Opec+ (quello che includeva anche Russia e altri produttori non storici) coglie di sorpresa proprio perché arriva in un momento in cui il cartello appariva già in difficoltà, dilaniato da interessi divergenti tra chi voleva produrre di più e chi, come l’Arabia Saudita, chiedeva sacrifici per mantenere alti i prezzi. Abu Dhabi, rompendo questo equilibrio malato, ha scatenato un terremoto le cui scosse si faranno sentire per anni. L’addio dell’emirato, che produce circa 4 milioni di barili al giorno, non è solo un numero: è un simbolo della fine di un’era. L’Opec, nata nel 1960 e mai sfidata così apertamente da uno dei suoi membri fondatori, rischia ora di diventare un guscio vuoto, e nessuno, a questo punto, può escludere che altri Paesi seguano l’esempio emiratino.




