Bahrein, attacco con drone iraniano: 32 feriti a Sitra, quattro sono gravi
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Redazione Esteri
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Il cielo sopra il Bahrein si è tinto di fuoco nelle prime ore di stamani, 9 marzo 2026, quando un drone battente bandiera iraniana ha preso di mira la regione di Sitra, a sud della capitale Manama. L’incursione, che ha provocato il ferimento di trentadue civili, rappresenta un’ulteriore e preoccupante escalation in un Medio Oriente ormai stabilmente sprofondato in una crisi militare aperta e multilivello. Il ministero della Salute bahreinita, citato dall’agenzia di stampa ufficiale del Paese del Golfo, ha confermato il bilancio, aggiungendo dettagli agghiaccianti sulle condizioni di alcuni dei feriti: quattro di loro versano in condizioni critiche e, tra questi, vi sono diversi bambini che necessitano di interventi chirurgici immediati. Fonti locali riportano che una ragazza di diciassette anni ha riportato gravissime ferite al volto e agli occhi, mentre un lattante di appena due mesi è attualmente sotto stretta osservazione medica. L’attacco ha inoltre danneggiato diverse abitazioni e, stando a quanto reso noto dalle autorità, non è il primo subito dal regno negli ultimi giorni; solo domenica un impianto di desalinizzazione era stato centrato dai frammenti di un missile, causando tre feriti nell’isola di Muharraq.
Una regione in fiamme tra droni e missili
L’azione offensiva contro il Bahrein si inserisce in una cornice operativa molto più ampia, con l’Iran che ha moltiplicato le sue rappresaglie dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, avvenuta all’inizio di marzo in un attacco congiunto statunitense-israeliano. La risposta di Teheran non si è limitata ai confini israeliani, ma si è estesa a tutti quei Paesi del Golfo che ospitano basi o asset militari americani. La scorsa notte, infatti, non solo il Bahrein è stato preso di mira: le difese aeree dell’Arabia Saudita hanno intercettato e distrutto quattro droni diretti verso il giacimento petrolifero di Shaybah, nel quadrante sud-orientale del regno, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno attivato i loro sistemi di difesa per rispondere a quelle che le autorità hanno definito "minacce missilistiche". La stessa Doha, in Qatar, è stata scossa da forti esplosioni, sebbene il ministero della Difesa locale abbia poi comunicato di aver neutralizzato con successo un attacco. In questo turbine di violenza, il neonato Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione ha ufficializzato la nomina di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader, a nuova Guida suprema, una successione che ha già scatenato proteste e dissidi interni, in particolare in alcune province curde e tra la diaspora.
Il New York Times e l’ombra dei Tomahawk su una scuola elementare
Mentre i droni iraniani seminavano panico a Sitra, da Washington arrivavano sviluppi altrettanto esplosivi sul fronte dell’inchiesta giornalistica. Il New York Times ha pubblicato un’analisi approfondita che getta una luce sinistra su un altro episodio di questa guerra, ossia il bombardamento di una scuola elementare a Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto il 28 febbraio scorso. Un video, girato da un cantiere edile di fronte a una base navale dei Guardiani della Rivoluzione e verificato in queste ore dal quotidiano americano, mostra con chiarezza un missile da crociera Tomahawk, un’arma che solo le forze armate statunitensi impiegano in questo teatro, colpire la base. Le immagini, inizialmente diffuse dall’agenzia semi-ufficiale Mehr e riprese dal collettivo di ricerca Bellingcat, inquadrano anche l’area circostante la scuola Shajarah Tayyebeh: nubi di polvere e fumo si levano dall’edificio scolastico contemporaneamente all’attacco alla base navale, suggerendo che il raid abbia coinvolto entrambi i bersagli. Il missile, della lunghezza di circa sei metri e con una testata da centotrenta chili di tritolo, ha raso al suolo l’istituto, causando la morte di centosettantacinque persone, in gran parte bambini.
Le dichiarazioni della Casa Bianca e l’indagine del Pentagono
Il presidente Donald Trump, interpellato dai cronisti sulla strage di Minab, ha negato con forza qualsiasi responsabilità americana, attribuendo l’accaduto alla "inaccuratezza" dei munizionamenti iraniani. "No, in base a quello che ho visto, è stato fatto dall’Iran", ha dichiarato Trump, mentre il segretario alla Difesa, Pete Hegsht, al suo fianco, ha confermato l’avvio di un’indagine da parte del Pentagono, pur ribadendo che "l’unico schieramento che prende di mira i civili è l’Iran". L’analisi del Times, tuttavia, contraddice questa versione: il filmato, confrontato con le immagini satellitari dei giorni successivi, dimostrerebbe l’utilizzo di un Tomahawk, un’arma a guida di precisione programmata prima del lancio, che difficilmente avrebbe potuto mancare il bersaglio militare per colpire accidentalmente la scuola adiacente. Il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, aveva peraltro già ammesso in un briefing che le portaerei statunitensi nel Golfo avevano scatenato una pioggia di Tomahawk proprio il 28 febbraio, nel quadro dell’operazione denominata "Southern Axis".
G7 e diplomazia parallela tra petrolio e richieste d’asilo
Sul fronte diplomatico ed economico, la situazione precipita con la stessa rapidità del fronte bellico. I ministri delle Finanze del G7 si sono riuniti d’urgenza in videoconferenza per discutere un rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio, dopo che il prezzo del Brent ha sfiorato i centoventi dollari al barile e il transito nello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa un quinto del greggio mondiale, è divenuto impervio. Una mossa, quella dei Grandi, volta a tamponare una crisi energetica che minaccia di far deragliare l’economia globale, con gli Stati Uniti che hanno proposto un prelievo congiunto tra i trecento e i quattrocento milioni di barili. In questo clima incandescente, emerge anche la vicenda della nazionale femminile di calcio iraniana, attualmente in Australia per la Coppa d’Asia. Le ventisei atlete, che prima di una partita contro la Corea del Sud hanno rifiutato di cantare l’inno nazionale in segno di protesta, sono state definite "traditrici in tempo di guerra" dalla televisione di Stato di Teheran. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià e figura di riferimento per l’opposizione in esilio, ha lanciato un appello accorato al governo australiano affinché garantisca la sicurezza delle ragazze, chiedendo di fatto che venga loro concessa protezione internazionale una volta concluso il torneo.




