Il Bahrein dichiara forza maggiore dopo l’attacco iraniano alla raffineria, nuovo leader a Teheran e la mediazione di Trump tra Ucraina e Medio Oriente
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Redazione Esteri
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La società energetica statale del Bahrein, la Bapco Energies, si è vista costretta a dichiarare lo stato di forza maggiore per le proprie operazioni, e lo ha fatto dopo che un attacco condotto dall’Iran ha preso di mira il complesso della raffineria di Sitra, causando un incendio di vaste proporzioni e danneggiando seriamente le infrastrutture energetiche del paese. L’annuncio ufficiale, diramato nella giornata di lunedì, precisa che i siti della compagnia sono stati colpiti nel quadro più ampio del conflitto regionale in corso, un conflitto che, dopo l’offensiva lanciata da Stati Uniti e Israele contro Teheran, ha visto una rapida estensione delle ostilità ad altre nazioni dell’area. Fonti locali, citate dall’agenzia di stampa BNA, hanno confermato che nell’attacco contro l’isola di Sitra, dove sorge l’impianto, si registrano almeno trentadue feriti tra la popolazione civile, alcuni dei quali in condizioni gravi, mentre non si segnalano vittime tra il personale della raffineria, nonostante l’enorme colonna di fumo sprigionatasi dalle fiamme abbia avvolto l’intera zona industriale.
Parallelamente all’escalation militare sul terreno, che ha visto l’Iran replicare con droni e missili contro obiettivi statunitensi in diversi paesi del Golfo, la scena politica mediorientale è stata segnata da un avvicendamento di portata storica al vertice della Repubblica Islamica. L’Assemblea degli Esperti, riunitasi d’urgenza all’indomani della morte del leader Ali Khamenei – avvenuta nel corso dei bombardamenti americano-israeliani – ha infatti designato Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Si tratta del figlio del defunto leader, una figura da sempre considerata molto vicina alle Guardie Rivoluzionarie e agli apparati di sicurezza, ma che fino a questo momento aveva operato dietro le quinte, senza mai ricoprire incarichi ufficiali di primo piano nello Stato. La sua nomina, che di fatto trasforma la leadership iraniana in una successione quasi dinastica, è stata immediatamente bollata come inaccettabile dal presidente americano Donald Trump, il quale, nel corso di una conferenza stampa a Miami, ha dichiarato che il nuovo leader, senza l’approvazione statunitense, non durerà a lungo, definendo la scelta di Teheran come quella dell’uomo sbagliato per portare il paese verso la pace.
In questo scenario di crisi multipla, il presidente Trump ha rivelato di aver avuto una lunga conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin, un colloquio durato circa un’ora e incentrato principalmente su due nodi cruciali: la guerra in Ucraina e la possibilità di una collaborazione russa per calmierare le tensioni in Medio Oriente. La chiamata, definita dal Cremlino come franca e costruttiva, è avvenuta su iniziativa di Washington e rappresenta il primo contatto diretto tra i due leader dopo diversi mesi. Trump ha riferito ai giornalisti di aver sollecitato Putin affinché utilizzi la sua influenza per contribuire a porre fine alle ostilità nella regione mediorientale, suggerendo che un suo impegno concreto in tal senso sarebbe stato apprezzato, ma ha anche legato questo possibile aiuto alla necessità di vedere progressi concreti nella risoluzione del conflitto ucraino, un conflitto che, nelle sue parole, sembra non finire mai a causa del forte odio reciproco tra le parti.
L’offerta ucraina per la difesa delle basi americane e la posizione di Mosca sul nuovo corso iraniano
Dalla parte ucraina, intanto, arriva una risposta immediata e concreta alla richiesta di assistenza proveniente dagli Stati Uniti: il presidente Volodymyr Zelensky ha infatti confermato di aver inviato in Medio Oriente una squadra di specialisti militari, corredata da droni intercettori di propria produzione, con il compito specifico di aiutare a difendere le basi statunitensi situate in Giordania e in altri paesi dell’area dagli attacchi dei velivoli senza pilota di fabbricazione iraniana. Questa mossa, che segna un coinvolgimento diretto e operativo di Kiev in un teatro di guerra diverso da quello domestico, si basa sull’esperienza maturata in quasi quattro anni di conflitto con la Russia, durante i quali l’Ucraina ha imparato a contrastare efficacemente i droni Shahed, proprio quelli che Teheran sta ora utilizzando contro le installazioni americane. Zelensky ha sottolineato la prontezza con cui il suo paese ha reagito alla richiesta, nel tentativo evidente di consolidare il rapporto con l’amministrazione Trump proprio mentre sono in corso contatti per una possibile soluzione negoziale del conflitto con Mosca.
Dall’altra parte, Mosca ha ufficialmente espresso il suo sostegno al nuovo corso iraniano, con Putin che ha personalmente telefonato a Mojtaba Khamenei per porgergli le congratulazioni per la nomina, esprimendo la convinzione che il nuovo leader continuerà con onore l’opera del padre e saprà unire il popolo iraniano di fronte a quelle che il Cremlino ha definito come prove difficili. Il sostegno di Mosca a Teheran, considerato un alleato storico e un partner fondamentale anche nella fornitura di armamenti, si contrappone alla dura posizione espressa da Israele, dove il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar non ha esitato a definire Mojtaba Khamenei un tiranno, le cui mani sarebbero già macchiate dal sangue che ha caratterizzato il governo del padre, e ha lasciato intendere che Gerusalemme potrebbe valutare azioni dirette nei confronti della nuova Guida Suprema. Nel frattempo, Trump ha anticipato che concorderà con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu i tempi e le modalità per la conclusione delle operazioni militari contro l’Iran, sottolineando che la parola finale, in ogni caso, spetterà alla Casa Bianca e che non ritiene necessario che Israele prosegua da sola se Washington dovesse decidere di fermarsi.




