Nuovi raid Usa sull'Iran, Teheran risponde attaccando Kuwait, Qatar e Bahrein. Trump: "La situazione peggiorerà"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore delle esplosioni e il lamento delle sirene d'allarme hanno spezzato il silenzio del Golfo Persico nella giornata di oggi, 9 luglio 2026, dopo che le forze armate statunitensi hanno dato il via a una nuova e massiccia ondata di attacchi contro l'Iran. Un'offensiva che il Comando Centrale delle Forze armate americane, il Centcom, ha definito senza precedenti per intensità e numero di obiettivi colpiti, e che ha innescato una reazione immediata e altrettanto dura da parte di Teheran.

La risposta iraniana, infatti, non si è fatta attendere e ha preso di mira non il nemico americano direttamente, ma alcuni degli alleati più strategici degli Stati Uniti nell'area, scatenando il panico tra le popolazioni civili e costringendo i governi locali ad attivare i protocolli di emergenza.

L'attacco a tappeto del Centcom

Secondo quanto reso noto dal Centcom, le forze statunitensi hanno condotto una serie di raid a tappeto che hanno interessato circa 90 obiettivi militari iraniani disseminati lungo la costa del paese, un'operazione che ha richiesto un impiego massiccio di mezzi aerei e navali. Nel dettaglio, i bersagli centrati includevano sistemi di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, nonché capacità navali e infrastrutture logistiche militari di primaria importanza per la catena di comando di Teheran.

L'ampiezza dell'operazione, che ha interessato un arco territoriale vastissimo, testimonia la volontà di Washington di infliggere un colpo duraturo alle capacità belliche iraniane, dopo che il presidente Donald Trump aveva dichiarato conclusa la tregua, accusando Teheran di aver violato la fragile calma con attacchi a navi nello Stretto di Hormuz. Poche ore dopo quelle dichiarazioni, i cacciabombardieri e i missili da crociera hanno iniziato a colpire gli obiettivi designati, confermando che la Casa Bianca non intendeva più tollerare le provocazioni del regime degli ayatollah.

La dura replica di Teheran

L'effetto immediato dei bombardamenti statunitensi è stato però quello di scatenare una risposta fulminea da parte iraniana, che ha scelto di colpire dove il cuore degli interessi americani batte più forte: i paesi del Golfo che ospitano basi e sistemi di difesa fondamentali per la sicurezza regionale.

Secondo le prime ricostruzioni, Teheran ha lanciato una salva di missili e droni kamikaze verso obiettivi sensibili in Kuwait, Qatar e Bahrein, colpendo rispettivamente "un sistema di intercettazione missilistica Patriot in Kuwait, un sistema di allarme rapido in Qatar e serbatoi di carburante in Bahrein". L'attacco, coordinato e mirato, ha dimostrato non solo la capacità di reazione iraniana, ma anche una precisa conoscenza delle infrastrutture critiche dei paesi confinanti, trasformando immediatamente questi territori in un fronte caldo del conflitto.

Le sirene di allarme hanno iniziato a risuonare in diverse città del Kuwait, mentre il Qatar e il Bahrein attivavano tutte le misure di emergenza previste per scenari di guerra, con la popolazione costretta a cercare rifugio nei bunker mentre il cielo veniva solcato dai proiettili.

Trump e l'escalation in corso

Il presidente Trump, che aveva già messo in guardia sulla possibilità di un peggioramento della situazione, si trova ora di fronte a una crisi che minaccia di espandersi a macchia d'olio coinvolgendo altri attori regionali. La scelta iraniana di rispondere agli attacchi americani attraverso i paesi vicini, piuttosto che direttamente contro le basi statunitensi, rischia di complicare ulteriormente il quadro diplomatico, trascinando nel conflitto nazioni che finora avevano cercato di mantenersi ai margini dello scontro diretto tra Washington e Teheran.

Mentre i danni materiali e le eventuali vittime tra le file dei militari dei paesi colpiti sono ancora in fase di accertamento, il clima nella regione è di massima tensione, con tutte le cancellerie del Golfo in riunione permanente per valutare l'evoluzione di una crisi che appare destinata a durare a lungo.

La comunità internazionale segue con apprensione gli sviluppi, consapevole che l'ennesima ondata di violenza rischia di compromettere definitivamente gli sforzi per una stabilizzazione del Medio Oriente, mentre i droni e i missili continuano a solcare i cieli di una zona già martoriata da decenni di conflitti.

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