Nuovi raid Usa contro l’Iran, Teheran risponde colpendo basi in Kuwait e Bahrein
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Redazione Esteri
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Il mattino del 9 luglio, gli Stati Uniti hanno sferrato una nuova ondata di attacchi aerei contro l’Iran, prendendo di mira per la prima volta dal cessate il fuoco dell’8 aprile le infrastrutture strategiche del Paese. I raid, che hanno colpito l’aeroporto di Iranshahr e alcuni ponti ferroviari nel nord-est, rappresentano una significativa escalation del conflitto che da mesi tiene in scacco la regione del Golfo.
Il presidente Donald Trump, parlando al termine del vertice Nato di Ankara, aveva anticipato la sua intenzione di porre fine alla tregua, e le operazioni militari non si sono fatte attendere, provocando la reazione immediata delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.
Gli obiettivi dei raid americani e il bilancio delle vittime
Secondo quanto reso noto dal Comando Centrale americano (Centcom), gli attacchi sono stati condotti per "degradare la capacità dell’Iran di minacciare la libertà di navigazione" nello Stretto di Hormuz, in risposta agli attacchi di Teheran contro tre navi mercantili.
Nel corso di due giorni di bombardamenti, che hanno interessato diverse città della costa meridionale iraniana tra cui Bandar Abbas, Chabahar, Konarak e la stessa Iranshahr, sarebbero stati colpiti circa 90 obiettivi militari, tra cui sistemi di difesa aerea, depositi di missili e infrastrutture costiere. Il ministero della Salute iraniano ha aggiornato il bilancio delle vittime, parlando di almeno 14 morti e 78 feriti, di cui 47 ancora ricoverati in ospedale, a causa degli attacchi che hanno interessato cinque province del Paese.
La rappresaglia di Teheran: missili su basi Usa nel Golfo
La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. Le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato il lancio di missili e droni contro basi militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, colpendo "infrastrutture e strutture chiave" nelle installazioni di Arifjan e Ali Al Salem, in Kuwait, e di Juffair e Sheikh Isa, in Bahrein.
Le autorità kuwaitiane hanno confermato di aver attivato le difese aeree per intercettare attacchi missilistici e di droni "nemici", mentre in Bahrein sono suonate le sirene antiaeree per la seconda notte consecutiva, con diverse esplosioni udite nella capitale Manama. L’esercito iraniano ha inoltre dichiarato di aver preso di mira un sistema di difesa Patriot in Kuwait e alcuni serbatoi di carburante in Bahrein con droni kamikaze, segnando un ulteriore allargamento del raggio d’azione del conflitto.
Il contesto politico e la strategia di Trump
L’escalation militare segue le dure dichiarazioni del presidente Trump, che durante il vertice Nato ha affermato: "Per me la tregua è finita", definendo i raid come una "rappresaglia per il bombardamento delle navi da parte dell'Iran". Il presidente ha poi avvertito che ulteriori attacchi avrebbero peggiorato notevolmente la situazione, mentre il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha replicato che lo Stretto di Hormuz rimarrà aperto solo sulla base di accordi con l'Iran, mettendo in guardia Washington sulle conseguenze di nuove minacce.
La rottura del cessate il fuoco, avvenuta a meno di un mese dalla firma di un memorandum d’intesa tra le parti, ha così riportato il Medio Oriente in una spirale di violenza che rischia di coinvolgere ulteriormente gli alleati degli Stati Uniti nella regione.




