Nuova ondata di raid americani sull'Iran, Teheran colpisce le basi Usa nel Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per la seconda notte consecutiva, gli Stati Uniti hanno sferrato pesanti attacchi aerei contro l'Iran, colpendo circa novanta obiettivi militari lungo la costa meridionale e nel nord-est del Paese. I raid, rivendicati dal Comando Centrale americano (Centcom), rappresentano l'ennesima escalation dopo che il presidente Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco in vigore dall'8 aprile, e sono stati immediatamente seguiti da una dura reazione di Teheran che ha preso di mira basi statunitensi in Bahrein e Kuwait.

L'offensiva aerea americana

Nelle prime ore del 9 luglio, le forze statunitensi hanno concentrato i loro attacchi su un aeroporto nella città sud-orientale di Iranshahr e su alcuni ponti ferroviari strategici, tra cui il ponte di Aq Tekeh Khan nella provincia di Golestan; per la prima volta dall'inizio della tregua, Washington ha preso di mira le infrastrutture iraniane, segnando un significativo cambio di passo nelle operazioni militari.

Secondo quanto riferito dal Centcom, l'ondata di raid ha interessato complessivamente novanta obiettivi, includendo sistemi di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, oltre a capacità navali e logistiche schierate lungo la costa iraniana.

Le agenzie di stampa iraniane hanno segnalato esplosioni in diverse città costiere strategiche, tra cui Bandar Abbas, che ospita il principale porto del Paese, Sirik, Konarak, Chabahar e Bushehr, dove ha sede l'unico impianto nucleare operativo del Paese, che secondo le autorità locali non avrebbe riportato danni.

Il governatore della contea di Iranshahr ha confermato la morte di un vigile del fuoco nell'attacco alle strutture dell'aeroporto locale, mentre fonti iraniane hanno parlato di almeno tre vittime alla periferia di Ahvaz, nell'Iran occidentale, portando il bilancio complessivo delle ultime due giornate di scontri a quattordici morti e settantotto feriti.

La risposta immediata di Teheran

La reazione dell'Iran non si è fatta attendere: le Guardie Rivoluzionarie hanno rivendicato un attacco con missili e droni contro "infrastrutture e impianti chiave" delle basi statunitensi di Arifjan e Ali Al Salem in Kuwait, e di Juffair e Sheikh Isa in Bahrein, in quella che è stata definita come una "risposta punitiva" ai raid americani.

Il ministero della Difesa kuwaitiano ha dichiarato di aver intercettato con successo tre missili balistici, un missile da crociera e dieci droni, aggiungendo che un civile è rimasto ferito e che sono stati registrati danni ad alcuni edifici.

I pasdaran hanno avvertito che, qualora gli attacchi statunitensi dovessero ripetersi, la loro risposta si estenderà ad altre basi americane nella regione; contestualmente, il traffico nello Stretto di Hormuz è quasi completamente bloccato, con sole quattordici navi mercantili transitate in entrambe le direzioni, il numero più basso dall'accordo siglato tra le due parti a giugno.

La rottura della tregua e le parole di Trump

A innescare la nuova ondata di violenza è stata la decisione di Trump di dichiarare concluso il memorandum d'intesa che aveva garantito una tregua di circa due mesi, dopo che l'Iran aveva attaccato tre petroliere nello Stretto di Hormuz; il presidente, parlando a bordo dell'Air Force One, ha definito i leader iraniani "spazzatura" e "malati", sostenendo che il Paese desidera "ardentemente concludere un accordo" ma che la Casa Bianca non ha intenzione di "perdere tempo" con loro.

"Questa è una rappresaglia per il bombardamento navale di ieri da parte dell'Iran – ha scritto Trump su Truth Social – Se dovesse ripetersi, la situazione peggiorerebbe di molto. Ogni volta che ci colpiscono, noi li colpiamo venti volte".

Il leader iraniano Mohammad Bagher Qalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore per Teheran, ha replicato con altrettanta durezza, affermando che "l'America non ha ancora capito che le pratiche di intimidazione e la violazione degli impegni non passano più senza conseguenze" e che lo Stretto di Hormuz "si apre solo con gli accordi iraniani, non con le minacce americane".

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