Bahrein, attacco con drone iraniano: 32 feriti a Sitra, quattro sono gravi. La raffineria Bapco invoca la forza maggiore
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in Medio Oriente ha varcato un’altra soglia critica nella notte tra domenica e lunedì, quando un drone battente bandiera iraniana ha squarciato il silenzio dell’alba sul distretto di Sitra, nel Bahrein, un’area a sud della capitale Manama dove sorge uno degli impianti strategici per l’economia del piccolo regno del Golfo. Il bilancio, fornito dal ministero della Salute locale e ripreso dall’agenzia di stampa ufficiale Bna, parla di trentadue civili rimasti feriti nell’impatto e nella successiva deflagrazione, un numero che da solo basterebbe a raccontare la violenza dell’accaduto se non fosse per un dettaglio ulteriormente drammatico: quattro dei feriti versano in condizioni critiche, e alcuni di loro, come spesso accade in questi frangenti, necessitano di un intervento chirurgico. Tra le vittime, hanno riferito fonti mediche citate dalla stampa internazionale, ci sono anche bambini, e una ragazza di diciassette anni avrebbe riportato ferite particolarmente serie alla testa e agli occhi, mentre il più piccolo a essere stato colpito è un neonato di appena due mesi.
L’attacco all’alba e la risposta dell’industria energetica
L’incursione, confermata dalle autorità di Manama, ha preso di mira un’area sensibile per il paese: Sitra ospita infatti parte del complesso della raffineria di Bapco, la compagnia petrolifera nazionale che, poche ore dopo l’attacco, ha preso una decisione dalle pesanti implicazioni commerciali e legali. L’azienda ha ufficialmente invocato la clausola di forza maggiore per le proprie operazioni, uno strumento giuridico che solleva l’impresa dagli obblighi contrattuali, in particolare per quanto riguarda le forniture, quando il mancato adempimento sia riconducibile a eventi eccezionali e imprevedibili al di fuori del proprio controllo, come appunto un atto bellico. La dichiarazione della Bapco, che arriva in un contesto già tesissimo per i mercati energetici globali, non è una mera formalità ma il segnale tangibile di come le infrastrutture critiche del Golfo siano diventate un obiettivo primario in questo conflitto a cielo aperto. Il rogo divampato nell’impianto, secondo quanto reso noto dalle autorità, è stato infine domato, ma il danno strategico e d’immagine per un paese che ospita la Quinta Flotta americana è ormai consolidato.
L’ombra di Teheran e la nuova guida spirituale
Mentre i soccorritori lavoravano tra le macerie a Sitra, a Teheran la scena politica e religiosa viveva un momento di profonda trasformazione, con possibili riverberi sulle scelte belliche del paese. L’establishment iraniano ha infatti ufficializzato il nome del successore alla guida del paese, una figura la cui ascesa avviene in uno dei momenti più turbolenti dalla rivoluzione del 1979. Le piazze della capitale, in particolare piazza Enghelab, si sono riempite di manifestanti convocati per giurare fedeltà al nuovo leader, in un tripudio di bandiere e ritratti che mira a mostrare compattezza interna di fronte alle sfide esterne. La scelta del nuovo vertice spirituale, avvenuta dopo la morte del predecessore, rappresenta un passaggio delicatissimo in piena guerra, e il regime sembra voler utilizzare la mobilitazione popolare come scudo contro le pressioni internazionali e le inevitabili crepe che un conflitto prolungato potrebbe aprire all’interno della società.
Le responsabilità del conflitto e il ruolo degli Stati Uniti
A gettare ulteriore benzina sul fuoco di una regione già in fiamme è però un’inchiesta del New York Times che riaccende i riflettori su un altro tragico episodio di queste ore di guerra, spostando l’attenzione dal Bahrein all’Iran meridionale. Stando a quanto ricostruito dal quotidiano statunitense, che ha analizzato e verificato un video diffuso dall’agenzia semi-ufficiale Mehr, un missile Tomahawk – un’arma che solo le forze armate americane impiegano in questa crisi – avrebbe colpito una base navale dei Guardiani della Rivoluzione a Minab. L’elemento di maggiore gravità, nella ricostruzione del Times, risiede nella posizione geografica del bersaglio: la base si trova infatti adiacente a una scuola elementare, e le immagini e le testimonianze raccolte sembrerebbero suggerire che l’edificio scolastico sia stato danneggiato proprio nel contesto di quell’operazione. La Casa Bianca, per bocca del presidente Trump, ha respinto con fermezza ogni addebito, ribadendo la linea secondo cui sarebbe stato Teheran, con la sua presunta inaffidabilità e imprecisione nel lancio di ordigni, la causa della strage di civili, ma l’analisi frame per frame condotta dai giornalisti americani apre uno squarcio inquietante su quella che potrebbe essere una gravissima responsabilità occidentale nel conflitto. La vicenda, destinata ad alimentare contese e controverse, si intreccia inevitabilmente con le dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la quale, intervenuta a Bruxelles dinanzi agli ambasciatori Ue, ha parlato di regole mondiali ormai definitivamente cambiate, in un contesto in cui la sicurezza deve diventare il principio organizzativo di ogni politica estera, dalla difesa al commercio, dai dati alle infrastrutture.
Le parole di von der Leyen, che calibrano il nuovo posizionamento europeo in un’era di conflitti ad alta intensità, fanno da cornice a un quadro mediorientale in cui la sovrapposizione tra attori statali, milizie e potenze globali rende sempre più labile il confine tra vittime militari e civili. Mentre il Bahrein conta i suoi feriti e Bapco cerca di mettere in sicurezza le proprie forniture, l’attenzione degli analisti si concentra ora su come reagiranno gli alleati del Golfo, direttamente esposti alle rappresaglie, e su quali prove emergeranno dalle macerie della scuola di Minab.




