Bahrein, dichiarato stato di forza maggiore dopo l'attacco iraniano alla raffineria di Sitra: 32 i feriti tra i civili, ci sono anche bambini. Trump: “Concorderò con Netanyahu la fine della guerra”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il conflitto in Medio Oriente, dopo l'ondata di attacchi che ha portato all'uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, allarga la sua ombra sul Golfo Persico, colpendo direttamente le infrastrutture energetiche del Bahrein. La società statale Bapco Energies, che gestisce il principale impianto di raffinazione del Paese situato a Sitra, è stata costretta a dichiarare lo “stato di forza maggiore”, una misura che segnala l'impossibilità di adempiere agli obblighi contrattuali a causa di eventi straordinari. La decisione, ufficializzata nella giornata di lunedì, arriva all'indomani di un attacco con droni attribuito all'Iran che ha preso di mira l'area industriale, provocando un vasto incendio e danni materiali ingenti.

L'offensiva, che rientra nella più ampia rappresaglia iraniana scattata dopo i raid congiunti di Stati Uniti e Israele della settimana scorsa, ha avuto conseguenze drammatiche sulla popolazione civile. Secondo quanto reso noto dal ministero della Salute bahreinita, il bilancio delle vittime è di 32 feriti, tutti cittadini locali. Tra loro, le condizioni di quattro persone sono considerate gravi: la lista delle vittime, che ha scosso l'opinione pubblica, include una ragazza di diciassette anni con ferite significative alla testa e a un occhio, due bambini di sette e otto anni che hanno riportato gravi lesioni agli arti inferiori e, il più piccolo, un lattante di appena due mesi. Un secondo attacco, sempre nella notte, ha centrato una struttura nella zona di Maameer, causando esclusivamente danni materiali. Nonostante la gravità dell'accaduto, la compagnia petrolifera ha garantito che la domanda interna non subirà interruzioni, assicurando che le riserve per il mercato locale sono al momento pienamente coperte.

Mentre le fiamme divampavano nella raffineria, la situazione istituzionale in Iran ha vissuto una svolta epocale con la rapida successione al vertice. L'Assemblea degli Esperti, riunitasi in sessione straordinaria, ha infatti designato Mojtaba Khamenei, figlio cinquantaottenne del leader defunto, come nuova Guida Suprema della Rivoluzione islamica. La scelta, ampiamente anticipata dagli osservatori internazionali, ha innescato immediate reazioni sul piano diplomatico. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che già nei giorni scorsi aveva definito "inaccettabile" questa eventualità, è tornato sull'argomento con dichiarazioni nette. In un'intervista, Trump ha affermato che senza il via libera degli Stati Uniti, il nuovo leader “non durerà a lungo” e ha aggiunto di voler concordare personalmente con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu le modalità e i tempi per porre fine alle ostilità. Una posizione che si scontra con l'immediata solidarietà espressa dalla Russia, con Vladimir Putin che ha promesso un sostegno "incrollabile" a Teheran, e con l'invito alla moderazione e alla non interferenza arrivato dalla Cina.

Nel frattempo, la crisi mostra tutta la sua pericolosa estensione geografica. Un missile balistico lanciato dall'Iran e diretto verso la Turchia è stato intercettato e abbattuto dai sistemi di difesa aerea della NATO dispiegati nel Mediterraneo orientale. I detriti del missile sono caduti in una zona disabitata della provincia di Gaziantep, senza causare vittime. Un episodio che ha spinto il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, a commentare con estrema cautela, ribadendo la “solidarietà al popolo turco” ma sottolineando come, al momento, non sussistano le condizioni per invocare l'articolo 5 del trattato NATO, quello che sancisce la difesa collettiva in caso di attacco a un paese membro. Una prudenza che riflette il timore di un'ulteriore escalation in grado di coinvolgere direttamente l'alleanza atlantica.

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