Il dito dell'Iran sul Golfo: drone colpisce il Bahrein, 32 civili feriti. Quattro sono gravi, tra loro dei bambini
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Redazione Esteri
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L'alba di lunedì nel piccolo arcipelago del Bahrein, e più precisamente nel distretto di Sitra, è stata squarciata dall'esplosione di un drone. Un velivolo senza pilota, la cui provenienza è stata ricondotta senza ambiguità a Teheran dalle stesse autorità locali, ha centrato un'area densamente popolata in un orario, le prime luci del giorno, in cui molte famiglie erano ancora nelle loro case. Il bilancio, destinato purtroppo a rimanere impresso nella cronaca di questa fase del conflitto allargato tra Iran, Stati Uniti e Israele, parla di 32 civili feriti. Tra loro, la casistica dei traumi riportati dalle strutture sanitarie di Manama è varia e complessa, ma ciò che ha immediatamente fatto il giro delle agenzie è la presenza di vittime particolarmente vulnerabili tra i feriti più gravi. Il ministero della Salute bahreinita, attraverso l'agenzia di stampa nazionale, ha dovuto confermare che quattro persone versano in condizioni critiche, tanto da aver richiesto un immediato intervento chirurgico. E nell'elenco di questi feriti, la cui vita è appesa a un filo nelle sale operatorie dell'isola, figurano dei bambini. Un lattante di appena due mesi, una ragazza di diciassette anni con gravi ferite alla testa e all'occhio, e due bambini di sette e otto anni con traumi seri agli arti inferiori: è questo il volto più atroce dell'attacco. L'incursione, che ha provocato danni anche a un impianto petrolifero nella vicina area di Al Ma'ameer, ha costretto la compagnia energetica nazionale, la Bapco, a dichiarare lo stato di forza maggiore, un espediente giuridico che la solleva dagli obblighi contrattuali verso i clienti internazionali, segno tangibile di come le infrastrutture critiche del regno siano state messe fuori uso.
L’escalation nella notte e la riunione d’urgenza del G7
L’attacco contro il Bahrein non è stato un episodio isolato, bensì il tassello di una notte di fuoco che ha visto le difese aeree di diversi paesi del Golfo messe a dura prova. Fonti locali riferiscono di tentativi di incursione sventati in Arabia Saudita, dove due droni diretti verso l’immenso giacimento petrolifero di Shaybah sono stati abbattuti, e in Kuwait, che ha dovuto attivare i sistemi anti-aerei per neutralizzare minacce simili. Sullo sfondo di questa pioggia di velivoli e missili, il tabellone dei mercati finanziari ha cominciato a tremare: il prezzo del greggio Brent ha superato abbondantemente la soglia psicologica dei 110 dollari al barile, toccando punte che non si vedevano da anni. È per questo motivo, per l’onda d’urto economica che rischia di travolgere le economie occidentali, che i ministri delle Finanze del G7 sono stati convocati per un vertice straordinario in videoconferenza. La riunione, voluta fortemente dalla presidenza di turno, servirà a coordinare un eventuale rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio, un’arma che i paesi industrializzati hanno utilizzato in passato per calmierare i prezzi e che oggi, con lo stretto di Hormuz di fatto bloccato e un quinto del petrolio mondiale in bilico, potrebbe rivelarsi l’unica ancora di salvezza per evitare una stagflazione.
La diplomazia cinese in mezzo al guado
Mentre le bombe cadono e i droni colpiscono, la macchina della diplomazia prova a muoversi, seppur con la proverbiale lentezza che contraddistingue questi meccanismi. L’inviato speciale cinese per il Medio Oriente, Zhai Jun, ha incontrato a Riad il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan. Pechino, che importa ingenti quantità di greggio dall’area e che guarda con preoccupazione all’instabilità della regione, ha ribadito la necessità di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi del Golfo. Un messaggio, quello del rappresentante cinese, che ha voluto condannare senza mezzi termini gli attacchi contro obiettivi civili, sottolineando come queste azioni non possano essere tollerate. Un tentativo di mediazione, il suo, che si inserisce in un quadro in cui le alleanze tradizionali sembrano vacillare e dove anche i rapporti tra Stati Uniti e Israele, secondo alcune voci non confermate ufficialmente ma riportate dalla stampa internazionale, mostrerebbero qualche crepa riguardo alla gestione e alla portata degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane.
Il caso della squadra di calcio femminile iraniana in Australia
Lontano dal fronte mediorientale, ma connesso agli stessi eventi bellici da un filo sottile di paura e speranza, si consuma un’altra vicenda umana. In Australia, dove si sta disputando la Coppa d’Asia femminile di calcio, la delegazione iraniana è finita al centro di un caso diplomatico e umanitario. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto e voce critica del regime dei mullah, ha lanciato un appello accorato al governo di Canberra affinché protegga le 26 atlete e componenti dello staff. Il motivo? Le calciatrici, prima di una partita del torneo, si erano rifiutate di intonare l’inno nazionale iraniano, un gesto interpretato all’interno dei confini della Repubblica Islamica come un atto di aperta dissidenza. Con l’Iran in guerra e il clima interno reso incandescente dalla morte del precedente leader, il timore è che al loro ritorno possano subire conseguenze gravissime. I sostenitori, radunati all’esterno dell’hotel che ospita la squadra, hanno implorato la polizia di “salvare le ragazze”, riferendo di aver visto alcune calciatrici lanciare segnali di aiuto con le mani dai finestrini del pullman. Una richiesta d’aiuto silenziosa, in un mondo che sembra aver dimenticato il valore della vita umana di fronte alla logica inesorabile della guerra.




