Raid e missili nel Golfo: l’Iran colpisce Kuwait e Bahrein, gli Usa bombardano i radar

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una nuova, sanguinosa escalation ha infranto la tregua già fragile che reggeva da aprile nel Golfo Persico, dove l’Iran e gli Stati Uniti si sono scambiati attacchi diretti nelle ultime ore, con i razzi di Teheran – sette secondo la ricostruzione del Pentagono – che hanno preso di mira il Kuwait e il Bahrein, mentre l’aviazione americana rispondeva bombardando le postazioni radar della Guardia Rivoluzionaria sull’isola di Qeshm e nella località costiera di Goruk.

L’annuncio, come ormai consuetudine in questo conflitto asimmetrico, è arrivato direttamente dai canali social del Comando centrale americano (Centcom), dove è stata confermata l’intercettazione di quattro droni d’attacco monodirezionali, lanciati dagli iraniani in direzione dello Stretto di Hormuz, quella arteria strategica da cui transita una fetta significativa del petrolio mondiale.

Le forze armate statunitensi, che dal mese di aprile gestiscono un vero e proprio blocco navale per contrastare la morsa iraniana sul traffico marittimo, hanno rivendicato la legittimità dei raid come atto di “autodifesa”, sostenendo che i velivoli senza pilota rappresentassero “una minaccia immediata” per le navi mercantili in transito.

L’allarme rosso su Manama e Kuwait City

Mentre i jet a stelle e strisce colpivano le postazioni radar costiere della Repubblica islamica, reclamando la distruzione anche di un centro di controllo a terra, la situazione precipitava rapidamente sulla sponda opposta del Golfo. Il governo del Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta della Marina americana, ha confermato sabato mattina che i razzi e i droni iraniani hanno violato lo spazio aereo nazionale, attivando le sirene anti-aeree e costringendo la popolazione a cercare riparo.

Il ministero degli Esteri di Manama ha parlato di “flagrante violazione della sovranità”, rivelando che i sistemi di difesa – insieme a quelli del Kuwait – sono riusciti a intercettare sei dei sette missili balistici lanciati; un settimo ordigno, secondo fonti militari statunitensi, sarebbe invece caduto prima di raggiungere l’obiettivo, senza causare danni a terra.

Dal Kuwait, dove si trovano basi militari utilizzate dalle truppe di Washington, sono arrivate segnalazioni di detriti caduti dalle intercettazioni: frammenti di shrapnel hanno provocato piccoli incendi e danni materiali alle strutture civili, sebbene le autorità locali abbiano escluso, almeno per il momento, la presenza di vittime tra la popolazione.

I cieli sugli emirati sono rimasti chiusi per diverse ore, con una decina di voli di linea deviati su rotte alternative per ragioni di sicurezza, prima della riapertura graduale annunciata dalla direzione dell’aviazione civile kuwaitiana.

La rappresaglia della Guardia Rivoluzionaria

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) non ha lasciato attendere la risposta verbale, rivendicando attraverso i media statali l’attacco ai “basi nemiche” nella regione – un riferimento diretto alle installazioni militari americane sparse tra il Kuwait e il Bahrein – come rappresaglia per i bombardamenti subiti dai radar di sorveglianza.

I Guardiani della Rivoluzione hanno sostenuto che l’iniziativa americana di colpire le infrastrutture di Qeshm e Goruk rappresentasse una violazione del cessate il fuoco negoziato ad aprile, e che quindi la pioggia di missili balistici fosse un atto legittimo di ritorsione contro quelle che definiscono “aggressioni ingiustificate”.

È interessante notare, come emerso dai bollettini militari, che gli Stati Uniti affermino di aver abbattuto i droni e colpito i radar ancora prima del lancio dei sette missili verso i due Paesi del Golfo; una dinamica di “fuoco incrociato” che restituisce l’idea di una tensione ormai permanentemente sull’orlo del collasso, nonostante gli sforzi diplomatici mai del tutto interrotti tra l’amministrazione Trump e Teheran.

I video diffusi in rete, sebbene di difficile verifica indipendente, mostrano quelli che sembrerebbero essere i bagliori delle esplosioni nel buio della notte sul Golfo, sia nelle vicinanze dello Stretto che sui cieli di Kuwait City, dove i residenti hanno riferito di aver udito boati fortissimi e ripetuti.

Sviluppi giudiziari e inchieste sul campo

Lontano dal fragore delle esplosioni, gli uffici giudiziari dei due Paesi hanno avviato le prime, informali, verifiche per accertare l’entità dei danni collaterali: in Kuwait, la Protezione Civile ha confermato di aver domato due focolai d’incendio causati dai resti dei missili intercettati, mentre gli artificieri hanno setacciato le aree residenziali per mettere in sicurezza eventuali ordigni inesplosi.

Il ministero dell’Interno bahreinita, invece, si è limitato a diramare comunicati in cui si esortano i cittadini a non toccare oggetti sospetti, delegando la bonifica delle macerie agli specialisti della difesa aerea. In questo scenario, gli osservatori internazionali (che si limitano a monitorare le comunicazioni ufficiali) sottolineano come nessun funzionario di Washington abbia rivendicato “vittorie” nette, limitandosi a fotografare un’operazione di contenimento di ciò che resta di un armistizio ormai logoro.

Il canale X del Centcom, fonte primaria delle informazioni tattiche, ha ribadito che non ci sono stati danni a personale americano o ai suoi alleati diretti, rigettando al contempo le “false dichiarazioni” iraniane secondo cui il quartier generale della Quinta Flotta sarebbe stato raggiunto dai razzi.

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