Ddl caccia, il Senato approva la riforma: via libera con 80 sì, 56 no e due astenuti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti, il Senato ha dato il via libera al disegno di legge 1552, noto come "ddl Malan", che riscrive le regole della caccia in Italia modificando la legge 157 del 1992. Il provvedimento, fortemente voluto dal ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, passa ora all'esame della Camera dopo un iter parlamentare segnato da un acceso dibattito politico e dalle proteste delle associazioni ambientaliste, che sono scese in piazza davanti a Palazzo Madama per manifestare la loro contrarietà.

La riforma, che arriva a quasi trentacinque anni dall'ultima normativa quadro, aggiorna un impianto ritenuto ormai inadeguato per gestire la crescente pressione faunistica, in particolare quella degli ungulati, e per rispondere alle mutate esigenze del mondo agricolo.

Le nuove disposizioni tra gestione faunistica e ampliamento del prelievo

Il cuore della riforma, articolata in venti punti, introduce un cambio di paradigma rispetto alla legge del 1992: l'attività venatoria non è più considerata solo un prelievo regolato, ma viene ridefinita come strumento attivo di "gestione" e "bioregolazione" della fauna, finalizzato alla conservazione della biodiversità e degli ecosistemi.

Per attuare questo nuovo approccio, il testo amplia le possibilità di intervento dei cacciatori, estendendo le specie cacciabili ad alcune categorie come i piccioni inselvatichiti e le oche, che possono creare danni all'agricoltura, e allargando gli spazi in cui è consentita l'attività venatoria.

Sebbene la riforma escluda il lupo dalle specie cacciabili, ne permette l'abbattimento tramite specifici piani di controllo, mentre per il cinghiale sono previste braccate anche in periodo invernale e la possibilità di caccia in altura, aree demaniali e, teoricamente, lungo le coste, seppur con le limitazioni imposte dalla pianificazione regionale.

Viene inoltre consentito l'uso di visori notturni e silenziatori in determinati contesti, come la caccia di selezione, e si interviene sulla disciplina dei richiami vivi, un settore che le associazioni ritengono già esposto a rischi di traffico illecito.

Le contestazioni: i rischi di infrazione e la riduzione del ruolo di Ispra

L'approvazione del provvedimento è stata accompagnata da dure critiche, non solo da parte delle opposizioni ma anche da settori del centrodestra, con esponenti come la senatrice Michaela Biancofiore e la deputata Michela Vittoria Brambilla che hanno espresso il loro dissenso per ragioni di coscienza. Le perplessità più rilevanti, che potrebbero avere conseguenze giudiziarie, arrivano dalla Commissione europea, la quale ha già inviato una lettera di richiamo al governo italiano.

Bruxelles contesta in particolare il depotenziamento dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), il cui parere da vincolante diventerebbe meramente consultivo, indebolendo il presidio scientifico nella definizione dei calendari venatori.

Questa modifica, insieme all'allentamento dei vincoli sui periodi di caccia che potrebbero coincidere con le fasi di migrazione e nidificazione degli uccelli, espone l'Italia al rischio di una procedura d'infrazione per la violazione della Direttiva Uccelli e della Direttiva Habitat, i due capisaldi giuridici europei per la tutela della biodiversità.

Le reazioni politiche e la mobilitazione delle associazioni

La tensione politica è salita nelle ore precedenti il voto, con la maggioranza che ha fatto quadrato per sostenere un provvedimento considerato cruciale per rispondere alle esigenze del mondo agricolo e venatorio. Il ministro Lollobrigida ha difeso la riforma definendola "equilibratissima" e necessaria per aggiornare una legge vecchia di trent'anni, sostenendo che introduce sanzioni più severe contro il bracconaggio e razionalizza il sistema su basi scientifiche aggiornate.

Dall'altra parte, le opposizioni e le associazioni ambientaliste hanno parlato di un "attacco alla natura", con la senatrice del Movimento 5 Stelle Dolores Bevilacqua che ha ribattezzato il testo "legge Sparatutto" e ha annunciato che la sua cancellazione sarà una priorità nella prossima legislatura.

Le proteste sono andate oltre le aule parlamentari, con una mobilitazione in piazza che ha visto la partecipazione delle principali associazioni animaliste e ambientaliste come Legambiente, Lipu e Wwf, le quali hanno raccolto centinaia di migliaia di firme contro la riforma, giudicandola un grave arretramento nella tutela della fauna selvatica e un cedimento agli interessi delle lobby venatorie.

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