La ripartenza “pop” di Meloni tra lavoro, bollette e il pallone della Nazionale
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Redazione Interno
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A quasi due settimane dallo scivolone referendario – che ha riaperto antiche crepe nella maggioranza e riacceso i riflettori su fragilità tutt’altro che sopite – Giorgia Meloni prova a cambiare passo, abbandonando per un giorno le rassicuranti geometrie della comunicazione istituzionale per tuffarsi in una ripartenza che lei stessa definisce “popolare”. Tasse, lavoro, bollette: tre capitoli di un’agenda che la premier ha rimesso al centro della sua giornata, scandita da incontri serrati negli uffici che affacciano su piazza Colonna. E, con un guizzo che mescola leggerezza e calcolo politico, non manca un riferimento al pallone e alla delusione della Nazionale, quella bruciante sconfitta che ancora pesa nel cuore dei tifosi italiani. Quasi a cercare, nel risentimento condiviso per un fuorigioco o un rigore sbagliato, la stessa energia popolare che le serve per scacciare l’ombra del voto anticipato, stagliatasi per giorni sui corridoi di Palazzo Chigi.
Energia e contrattacco: la roadmap per uscire dall’angolo
L’urgenza, per la presidente del Consiglio, è chiara: contrattaccare prima che il racconto della sconfitta alle urne diventi una gabbia troppo stretta. Così la strategia messa a punto nelle ultime ore – una vera e propria roadmap per la ripartenza – evita accuratamente i toni dello scontro frontale, preferendo invece un registro concreto e perfino colloquiale. Le voci di rimpasti, che iniziano a circolare sottotraccia nei salotti romani, si intrecciano con le pressioni della Lega e con l’inesauribile capacità di tenere banco del generale Vannacci. Ma Meloni, almeno in questa fase, sembra voler tenere il punto su dossier più tangibili: il costo dell’energia, il cuneo fiscale, la precarietà che strangola i giovani. Tre nodi, questi, che nessuna narrazione patriottica può sciogliere senza misure credibili.
La “faccenda privata” di Piantedosi e il silenzio di Palazzo Chigi
Nel frattempo, un’altra vicenda agita le stanze del potere – e lo fa con il pudore ironico di chi sa che i confini tra pubblico e privato, in politica, sono sempre porosi. La relazione extraconiugale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la giornalista Claudia Conte è diventata materia di corridoio dopo le rivelazioni della stessa Conte, che ha raccontato – intervista alla mano – di aver chiesto alla premier il permesso di porre una determinata domanda. Meloni, a quanto risulta, sapeva già del legame e aveva avvertito il responsabile del Viminale. Poi, a margine di una riunione sulla sicurezza, c’è stato il faccia a faccia: Piantedosi che spiega, tra le pareti damascate di Chigi, la natura della vicenda; la presidente che ascolta, e alla fine «gli rinnova la fiducia». Con una clausola, però, che aleggia in ogni dichiarazione ufficiale: “almeno per ora”. E intorno, tutti parlano sottovoce – di rimpasti, di equilibri interni alla Lega, di quella fastidiosa ipotesi di urne anticipate che nessuno vuole pronunciare ad alta voce.
Un governo che gioca in casa, tra poltrone e palloni sgonfi
L’azzardo comunicativo di Meloni – mescolare la delusione sportiva con la fatica delle bollette – non è privo di rischi. Eppure restituisce bene l’umore di una maggioranza che cerca disperatamente un’ancora di salvezza popolare, lontana dai tecnicismi e dalle aule parlamentari. La giornata di incontri serrati serve proprio a questo: a tenere insieme pezzi di agenda che sembrano lontani (il calcio come collante emotivo, la polizia come questione di sicurezza, la vicenda privata di un ministro come test di tenuta) dentro un unico racconto. Quello di un esecutivo che non vuole sentirsi già alla frutta. Mentre fuori, nei Palazzi romani, si continua a sussurrare di equilibri interni e di poltrone che potrebbero presto scottare più del previsto.




