Meloni nel Golfo tra petrolio e attacchi iraniani: la sicurezza energetica passa da Gedda
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è atterrata a Gedda, in Arabia Saudita, nel pomeriggio di oggi, dando il via a una missione lampo di due giorni che toccherà anche Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Fonti di Palazzo Chigi descrivono l’iniziativa come un “gesto di solidarietà” verso nazioni che definiscono “amiche”, sebbene l’agenda, a guardare i dossier sul tavolo, riveli una sostanza molto più pragmatica legata alla tenuta economica del Paese.
L’obiettivo dichiarato, come spiegato dalla stessa Meloni ai microfoni del Tg1, è duplice e strettamente interconnesso: da un lato, c’è la necessità di proteggere le decine di migliaia di italiani che risiedono e lavorano in una regione ora sconvolta dalle rappresaglie iraniane; dall’altro, e forse più urgentemente, si tratta di garantire al sistema Italia gli approvvigionamenti energetici che ne alimentano il tessuto produttivo. Non si tratta, almeno stando alle comunicazioni ufficiali, di una reazione a una contingenza immediata, quanto piuttosto di un’operazione di rafforzamento strutturale di una sicurezza che il conflitto in corso ha reso vulnerabile.
Le tre direttrici di una visita che diventa strategica
Se l’assistenza militare fornita finora—sistemi anti-drone e batterie Samp/T—rientra in un accordo di difesa collettiva, questa visita alza il tiro spostando l’ago della bilancia sugli interessi energetici nazionali. La missione si muove infatti su tre assi principali: la sicurezza energetica, la stabilizzazione delle rotte commerciali (cruciali per le nostre esportazioni che nell’area valgono oltre venti miliardi) e la necessità di mostrare vicinanza ai leader locali di fronte agli attacchi che Teheran continua a sferrare. È la prima volta, dall’inizio del conflitto, che un leader europeo, del G20 e della Nato si presenta fisicamente nella regione; una presenza, quella fisica, che in diplomazia pesa quanto una firma in calce a un contratto.
Non è un caso che la premier abbia scelto di legare questa trasferta alla recente visita in Algeria e a quella programmata in Azerbaijan. L’obiettivo è creare un sistema di forniture diversificato che riduca la pressione sullo Stretto di Hormuz, il cui blocco da parte iraniana sta già facendo lievitare i prezzi. “Sono paesi amici”, ha ribadito Meloni, “ma soprattutto lo facciamo a protezione dei nostri interessi”. In questa frase, la subordinata causale rivela la gerarchia reale delle priorità: l’amicizia politica viene dopo la necessità di tenere accese le luci nelle fabbriche e nelle case degli italiani.
Il paradosso di una guerra che riaccende il realismo europeo
Mentre il conflitto tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran entra nella sua quinta settimana, i paesi del Golfo—Saudi Arabia, Emirati e Qatar—si trovano in una posizione scomoda. Sono alleati storici di Washington, eppure le loro infrastrutture (campi petroliferi, impianti di desalinizzazione, hub logistici) sono finite nel mirino proprio a causa di quella alleanza. In questo contesto, l’Italia offre una sponda europea che non ha le ambizioni egemoniche di Parigi o Londra, ma che porta in dote una capacità manifatturiera e una tradizione diplomatica spesso apprezzate nella sponda sud del Mediterraneo.
Per Trump, che siede nuovamente alla Casa Bianca, la gestione di questa crisi rappresenta un banco di prova complesso. Se da un lato il presidente americano ha lodato Meloni (“un’ottima leader e un’amica” -7), dall’altro l’amministrazione non ha gradito il recente rifiuto italiano di concedere basi aeree in Sicilia per operazioni offensive. Un episodio, quest’ultimo, che dimostra come la luna di miele ideologica tra destra italiana e amministrazione repubblicana debba fare i conti con la “ragion di Stato” e con la necessità di evitare che il conflitto si allarghi a macchia d’olio.
Soldati, commerci e una presenza da difendere
Oltre al petrolio e al gas, c’è un fattore umano che spinge la premier a viaggiare nonostante il deterioramento della sicurezza: la presenza italiana nell’area. Non si parla solo dei contingenti militari, ridotti all’osso per ragioni di sicurezza -9, ma di tecnici, manager e imprenditori che operano in un mercato da trenta miliardi di euro di interscambio. Proteggere loro significa proteggere la catena di esportazione del made in Italy.
L’incontro con il principe ereditario Mohammed bin Salman e i leader degli Emirati e del Qatar servirà quindi a mettere nero su bianco una cooperazione che vada oltre i comunicati stampa. In un’area in cui gli attacchi con droni e missili sono ormai all’ordine del giorno, garantire la continuità degli scambi commerciali diventa una questione di sopravvivenza economica. La missione, insomma, cerca di trasformare l’instabilità geopolitica in un’opportunità di rinegoziazione dei rapporti di forza, spostando l’ago della bilancia da una difesa passiva a una gestione attiva delle rotte energetiche.




