Tra i dissidenti iraniani dopo i raid israeliani: "Gli attacchi non faranno cadere il regime"
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Redazione Esteri
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"La notte scorsa ho visto gente esultare a Teheran per gli attacchi israeliani", racconta Shirin, 32 anni, tra le voci più attive durante le proteste antiregime del 2022. "C’era chi si rallegrava persino della morte di alcuni esponenti della Repubblica islamica e del ridimensionamento delle capacità militari del Paese", aggiunge. "Eppure, quasi nessuno crede che questi raid possano davvero scuotere le fondamenta del potere".
Chi è rimasto in Iran, anche tra i più critici verso il governo, non sogna rivoluzioni. Non per lealtà al regime, ma per un istinto di sopravvivenza che, dopo 45 anni di repressione, trasforma ogni speranza in timore. La memoria del 1979 è ancora vivida: la caduta dello scià non portò libertà, ma un nuovo sistema oppressivo. Oggi, chi vive all’interno conosce il costo di ogni scossa e si muove con estrema cautela. Come gli intellettuali che, pur criticando, evitano di sfidare apertamente il potere, consapevoli del filo sottile che separa la dissidenza dalla persecuzione.
"Gli iraniani vogliono solo vivere", osserva Ramin Jahanbegloo, filosofo e accademico. "Israele ha reagito per un timore esistenziale, legato soprattutto al programma nucleare di Teheran. Ma questi attacchi colpiscono anche i civili, già provati dalla guerra Iran-Iraq, un conflitto che non avevano chiesto". Oggi, la popolazione si sente stanca, isolata, intrappolata in una spirale di violenza che non sente sua.
Intanto, l’Occidente insiste sulla via diplomatica, mentre missili e droni continuano a solcare i cieli del Medio Oriente. Ma negoziare con un regime che molti definiscono "terrorista" resta un dilemma irrisolto. L’opposizione alla Repubblica islamica, che da decenni unisce attivisti, esuli e semplici cittadini, si interroga sull’efficacia di un dialogo con chi ha sempre risposto con il pugno di ferro




