Israeliani e iraniani divisi dalla politica, non dalla cultura: storie di guerra e resistenza
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Redazione Esteri
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«Sono bloccato a Parigi con mia figlia, mentre mia moglie e mio figlio sono a Tel Aviv. Siamo divisi». Eran Riklis, regista israeliano, racconta la sua situazione con voce stanca, attraverso lo schermo di una videochiamata. Era in Svizzera per un festival cinematografico, dove veniva proiettato il suo ultimo lavoro, Leggere Lolita a Teheran, quando la guerra ha improvvisamente cambiato tutto. «Il volo è stato cancellato, e ora ci sono centocinquantamila israeliani che cercano di tornare a casa».
Quella che divide israeliani e iraniani non è una questione culturale, ma politica. Lo dimostra il manifesto firmato da oltre 2.100 attivisti dei due Paesi, tra cui il docente Lior Sternfeld, che denuncia come la violenza dei raid non possa essere strumento di democrazia. «Buona parte del popolo iraniano», spiega Sternfeld, «è ostile agli ayatollah, ma ama il proprio Paese e rifiuta la guerra».
Intanto, le operazioni del Mossad si intensificano. Le minacce ai generali iraniani – «Hai 12 ore per scappare con la tua famiglia, altrimenti finirai nella nostra lista» – stanno producendo defezioni, mentre Trump, tornato alla Casa Bianca, sostiene la campagna per indebolire il regime di Khamenei. Ma i rischi di un intervento diretto degli Usa, avvertono alcuni analisti, potrebbero trasformare il conflitto in «un altro Vietnam».
Per Israele, la guerra con l’Iran è una questione esistenziale, legata alla sopravvivenza stessa dello Stato ebraico, minacciato dalla retorica annientatrice di Teheran. Per il regime iraniano, invece, il conflitto è uno strumento di controllo interno, un modo per distogliere l’attenzione dal malcontento popolare. Mentre i cittadini iraniani vivono nel XXI secolo, i loro leader sembrano ancora prigionieri di un oscurantismo medievale.




