Guerra e dissenso: l’appello degli intellettuali iraniani e israeliani contro i raid
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Redazione Esteri
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«Buona parte del popolo iraniano è ostile agli ayatollah, ma ama il Paese e non vuole violenza». A parlare è Lior Sternfeld, docente tra i promotori di un manifesto firmato da oltre 2.100 attivisti di Iran e Israele, che mette in guardia contro l’illusione che i raid aerei possano portare democrazia. Un monito che arriva mentre, tra ombre e strategie, si intensificano le operazioni per indebolire il regime di Teheran.
Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, e il Mossad israeliano hanno già ottenuto la resa di alcuni generali iraniani, minacciandone altri con metodi spietati. «Hai 12 ore per scappare con tua moglie e i tuoi figli, oppure finisci nella nostra lista», dice una voce al telefono, mentre il militare interpellato – piegato dalla paura – chiede istruzioni. Ma se per Israele lo scontro con l’Iran è una questione esistenziale, per il regime degli ayatollah la guerra è uno strumento di controllo interno, più che una risposta ai nemici esterni.
L’Iran, dove la società civile vive nel XXI secolo mentre la classe dirigente sembra ancorata a un medioevo ideologico, è un Paese diviso. Il regime, logoro ma ancora in piedi, resiste nonostante decenni di repressione, sanzioni e malcontento crescente. Le istituzioni, dominate dalla Guida Suprema Ali Khamenei e dai Pasdaran, hanno svuotato ogni forma di rappresentanza democratica, neutralizzando qualsiasi tentativo di riforma. Eppure, come dimostrano le proteste cicliche – spesso represse nel sangue – il dissenso non si è mai spento.
Il rischio, avvertono gli intellettuali firmatari dell’appello, è che una strategia basata esclusivamente sulla forza possa trasformare l’Iran in un «altro Vietnam», senza destabilizzare il potere clericale e anzi rafforzandone la retorica vittimista. Se da un lato la pressione militare ha costretto alla resa alcuni esponenti dell’establishment, dall’altro il pericolo di un’escalation incontrollata rimane concreto.




