L’Iran, l’Occidente e il peso delle parole: la denuncia di Elica Le Bon

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i cieli tra Iran e Israele si riempiono di missili e droni, e i governi occidentali moltiplicano gli appelli alla de-escalation, una voce fuori dal coro accusa il buonismo di chi, oggi, difende Teheran. Elica Le Bon, iraniana in esilio, non usa mezzi termini: «Molta gente sul web sostiene che l’Iran abbia il diritto di difendersi. Ma con quale diritto avete distorto la storia per trasformare la Repubblica islamica in una vittima?». Le sue domande, taglienti, squarciano il silenzio di chi per anni ha ignorato le proteste delle donne iraniane, represse nel sangue per aver sfidato l’obbligo del hijab, o le denunce contro un regime descritto come «forza di occupazione terroristica». «Quando gridavamo che ci stavano uccidendo, dov’eravate?», chiede, mentre sui social si moltiplicano i pareri da «laureati alla scuola di legge di Instagram», pronti a invocare il diritto internazionale solo ora che è Israele a colpire.

La crisi attuale, del resto, non nasce dal vuoto. Dietro lo scontro militare ci sono anni di ambiguità occidentale, a cominciare dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo nucleare siglato nel 2015 sotto l’amministrazione Obama, che ha concesso a Teheran margini di manovra ampi, forse troppo. Quanto fosse vicina alla bomba atomica, e quali danni abbiano inflitto i recenti bombardamenti ai siti nucleari iraniani, sono domande che restano aperte, destinate a dominare il dibattito nei prossimi mesi. Intanto, però, c’è chi – come l’attivista Rayhane Tabrizi – rifiuta ogni trattativa: «Con i terroristi non si tratta», afferma, in un’intervista che suona come un monito per chi sogna una soluzione diplomatica senza aver prima affrontato la natura del regime.

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