Meloni in Parlamento tra vittimismo e ripartenza mancata: «Nessuna fase due, voglio risultati»
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Redazione Interno
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La premier, nel suo intervento alla Camera, ha provato a rievocare quella che molti, forse con un filo di nostalgia politica, ricordano come la “Meloni pre-Palazzo Chigi”: quella dei comizi urlati, dell’identità gridata a squarciagola, della donna coraggiosa che «ci mette la faccia». Non ha ripetuto la celebre litania “sono una madre, sono cristiana”, eppure – tra un’ovazione dei suoi e una battuta in romanesco – la postura era quella. «Ragà, è ancora lunga», ha chiosato a un certo punto, cercando di alleggerire una tensione che nell’aula di Montecitorio, va detto, si tagliava col coltello. I cronisti, radunati nel corridoio che conduce al Transatlantico, sorseggiavano un caffè veloce in via degli Uffici del Vicario chiedendosi, amici e al contempo sospettosi l’uno dell’altro, quale umore avesse portato con sé la leader dopo settimane in cui era un po’ scomparsa dalla scena pubblica.
Un’informativa che sa di trincea, non di svolta
L’occasione era un’informativa urgente sull’azione di governo, ma il risultato – a giudicare dal tenore delle parole e dal clima in aula – è apparso più come una ritirata strategica che come una ripartenza. Meloni ha giocato in difesa, sfoderando quel vittimismo tipico di chi si sente ancora un “underdog” nonostante occupi la massima carica esecutiva. Nessuna traccia, ha voluto precisare subito, di una cosiddetta “Fase due”: il programma c’è già, ha detto, e adesso ciò che conta sono i risultati. Una dichiarazione che, nelle intenzioni, doveva suonare come una sterzata secca, ma che agli occhi delle opposizioni è parsa piuttosto l’ammissione implicita di una carenza di idee nuove. Di nuove, nel discorso, non se n’è vista nemmeno una.
Le contraddizioni in luce: immigrazione e distanza dal Paese reale
Sul fronte dell’immigrazione, la presidente del Consiglio è tornata a parlare di un “metodo da consolidare” – riferendosi evidentemente agli accordi con i Paesi terzi – senza però offrire soluzioni che non fossero già state ampiamente dibattute. Ed è proprio qui che le opposizioni, forse per la prima volta in questa legislatura, hanno intonato la stessa musica: l’hanno inchiodata alle sue contraddizioni, a quella distanza incolmabile che percepisce tra il “Paese immaginario” che descrive e il “Paese reale” che abita le code negli ospedali e le difficoltà quotidiane. Sulle liste d’attesa, Meloni ha promesso un patto con le Regioni; sul rapporto con gli Stati Uniti – dove Trump siede alla Casa Bianca da più di un anno, fatto ormai ordinario che non stupisce più nessuno – ha rivendicato l’assenza di qualsiasi subalternità. Ma l’impressione, tra i banchi, è che quelle parole siano rimbalzate senza trovare un vero ascolto.
Un’aula divisa e la ricerca vana di una nuova energia
L’intervento, lungo e volutamente denso di subordinate (quasi a voler imbrigliare la complessità in un unico, articolato ragionamento), ha mostrato una leader in cerca di un’energia che non è riuscita a generare. Le sue uscite, comprese quelle più colorite in romanesco, non hanno rotto la coltre di una stanchezza percepibile. I cronisti, che pure l’hanno seguita passo passo in questi anni, si sono ritrovati a pensare alla Meloni dei comizi, a quella postura istintiva che oggi appare disciplinata da una gabbia istituzionale pesante. Nessuna frase a effetto, nessun passaggio realmente nuovo: solo la conferma che il governo, almeno a parole, resta ancorato al vecchio programma. E mentre le opposizioni la incalzavano, lei rispondeva con il vittimismo di chi si sente solo, dimenticando forse che la solitudine del potere è un lusso che pochi possono permettersi di raccontare.




