Isaac del Toro, dal Giro al Tour: al fianco di Pogacar per crescere
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Redazione Sport
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La scelta, annunciata dalla UAE Team Emirates, di destinare Isaac del Toro al Tour de France del prossimo anno ha suscitato non poca sorpresa tra gli addetti ai lavori. Il messicano, che nel 2025 ha sfiorato il trionfo al Giro d’Italia dimostrando una maturità inaspettata per la sua età, seppur con qualche incertezza dettata dalla poca esperienza in un ruolo di primo piano, avrebbe potuto legittimamente puntare a una rivincita sulla corsa rosa. Invece, la squadra ha optato per un percorso differente, inserendolo nel plotter del Tour al servizio di Tadej Pogacar, il quale – è bene sottolinearlo – sarà l’unico e indiscutibile capitano per la corsa verso la maglia gialla. Una mossa che, al di là delle apparenze, rivela una pianificazione attenta e a lungo termine, nella quale il giovane talento viene visto come una risorsa strategica da plasmare nelle grandi battaglie a fianco del più forte.
La geografia delle corse e le carte in tavola
«Al Tour per imparare da Tadej», ha dichiarato lo stesso del Toro, in una frase che sintetizza l’approccio della formazione emiratina. Il ciclista messicano, consapevole della sua evoluzione, ha aggiunto di dover «essere pronto, perché le squadre vogliono sempre più carte in mano». Un concetto, quest’ultimo, che spiega la logica moderna delle grandi squadre del WorldTour, le quali, in questo periodo di pianificazioni, devono distribuire con oculatezza i propri leader su tre fronti. Mentre del Toro e Juan Ayuso – altro giovane di talento – saranno al Tour, João Almeida è stato designato capitano per il Giro d’Italia. Resta, in questo quadro quasi completo, solo l’enigma di Jonas Vingegaard, la cui stagione 2026 è ancora avvolta nell’incertezza, a differenza di quanto già stabilito da Pogacar e Remco Evenepoel.
L’attesa per Vingegaard e il puzzle UAE
Proprio su Vingegaard, il doppio vincitore del Tour, si addensano le speculazioni, con voci che dal nord Europa suggeriscono un possibile debutto al Giro d’Italia e una conseguente rinuncia alla corsa francese. Pogacar, dal canto suo, ha ironicamente tagliato corto sulle illazioni riguardanti una sua influenza sulle scelte altrui: «Non lo chiamerò certo per dirgli di fare il Tour». Intanto, la formazione della UAE per la Grande Boucle, sebbene ufficialmente incompleta, sembra già prendere forma precisa. Oltre a Pogacar e del Toro, fonti specializzate indicano la presenza di gregari di altissimo livello come Jhonatan Narváez, Nils Politt e Pavel Sivakov, a cui si aggiungeranno Marc Soler, Tim Wellens e Adam Yates, quest’ultimi con programmi che includono anche la Vuelta e il Giro.
La strategia a lungo termine e il valore dell’esperienza
La decisione di portare del Toro al Tour, anziché riconfermarlo leader al Giro, va quindi interpretata come un investimento sulla sua crescita tecnica e tattica. Correre al fianco di un campione come Pogacar, osservandone le mosse e condividendone lo stress della corsa più mediatica e impegnativa al mondo, rappresenta un master accelerato per un atleta già così completo. La squadra, da parte sua, si garantisce non solo un gregario di lusso per il suo capitano, ma anche un’opzione per il futuro, una di quelle «carte in mano» cui alludeva il messicano. Un approccio che dimostra come, nel ciclismo contemporaneo, la costruzione di un vincitore passi attraverso tappe ben definite, dove anche un secondo posto di altissimo livello può essere il preludio a un anno di apprendistato in una trincea d’élite.




