Togli nucleare, dai nucleare: il pericoloso doppio standard di Trump
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Redazione Esteri
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La dottrina di politica estera dell'amministrazione Trump, per come è stata fin qui declinata in Medio Oriente, sembra reggersi su un paradosso difficilmente ignorabile. Da un lato, la Casa Bianca ha giustificato le operazioni militari contro l'Iran con la necessità di imporre a Teheran richieste categoriche: l'interruzione dell'arricchimento di combustibile nucleare per almeno due decenni e la sottoposizione a ispezioni internazionali illimitate, che consentano agli ispettori di recarsi ovunque e in qualsiasi momento.
Dall'altro lato, con l'Arabia Saudita, alleata storica e partner economico di primaria importanza, la stessa amministrazione ha imboccato una strada diametralmente opposta. Per assicurare a Westinghouse e ad altre aziende statunitensi una fetta consistente del mercato dei reattori nucleari sauditi, un mercato che promette affari decennali per decine di miliardi di dollari, Washington ha aperto la porta all'arricchimento dell'uranio in territorio saudita, esentando al contempo Riyad dal regime di ispezioni ritenuto troppo invasivo e applicato ad altri 140 paesi.
L'accordo storico e i suoi dettagli
L'intesa, definita come un accordo di cooperazione nucleare civile ai sensi della Sezione 123 dell'Atomic Energy Act, è stata finalizzata il 21 luglio 2026 e siglata il giorno successivo dal Segretario all'Energia statunitense, Chris Wright, e dal suo omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman. Si tratta di un patto dalla durata trentennale, il cui valore è stimato in decine di miliardi di dollari, che non solo apre la strada alla costruzione di reattori nucleari con tecnologia americana nel Regno, ma introduce una clausola di portata storica.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e dal New York Times, il documento prevede che, al termine di uno studio congiunto della durata di due anni volto a valutare la fattibilità commerciale e la necessità strategica, le aziende statunitensi potranno costruire un impianto di arricchimento dell'uranio in Arabia Saudita. Un meccanismo, questo, che gli esperti definiscono un allentamento senza precedenti degli standard di non proliferazione che gli Stati Uniti stessi avevano contribuito a stabilire.
Le contraddizioni con la linea dura contro l'Iran
La decisione dell'amministrazione Trump arriva in un momento di particolare tensione con l'Iran, contro il quale gli Stati Uniti hanno ripreso le operazioni militari, motivate anche dal timore che Teheran possa sviluppare una propria bomba atomica. Ed è proprio qui che il doppio standard appare più evidente.
Mentre l'Iran viene colpito e sottoposto a una pressione massima per piegarsi a rigidi controlli, l'Arabia Saudita ottiene la possibilità di avvicinarsi pericolosamente alla soglia della capacità nucleare, senza dover sottoscrivere il "gold standard" che impegnerebbe il paese a rinunciare definitivamente all'arricchimento dell'uranio e al ritrattamento del plutonio, come invece fecero gli Emirati Arabi Uniti nel 2009.
Secondo gli esperti, la rinuncia saudita al Protocollo Aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), che prevede ispezioni più stringenti e inaspettate, rende di fatto difficoltoso, se non impossibile, monitorare adeguatamente le attività nucleari del Regno al di fuori degli impianti sotto controllo USA, sollevando il rischio che il combustibile nucleare possa essere deviato per scopi militari.
Affari e politica: la componente economica della scelta
A rendere la scelta di Trump ancor più controversa è l'intreccio, mai completamente occultato, tra la politica estera e gli interessi economici della sua cerchia. Già nel novembre 2025, il presidente aveva definito "straordinario" il lavoro svolto con l'Arabia Saudita, e pochi mesi dopo, nello stesso mese, emerse la creazione di due nuove società, Dt Diriyah Hotel Manager Llc e Dt Diriyah Hotel Member Corp., attraverso le quali il presidente si è assicurato una quota dell'80% in un accordo di gestione alberghiera a Diriyah, con il restante 20% destinato ai suoi familiari.
Sebbene la Casa Bianca neghi qualsiasi conflitto di interessi, è innegabile che la spinta a concludere l'affare nucleare con Riyad arrivi in un momento in cui il Regno ha aumentato i propri impegni di investimento negli Stati Uniti fino a quasi 1.000 miliardi di dollari, consolidando un rapporto che, per l'amministrazione Trump, ha un valore strategico ed economico di primaria importanza.
Le reazioni e i rischi di proliferazione
La notizia dell'accordo ha suscitato immediatamente allarme tra gli esperti di non proliferazione e una parte del Congresso, dove senatori sia repubblicani che democratici hanno espresso timori che questa scelta possa innescare una corsa al nucleare in Medio Oriente. Henry Sokolski, direttore del Center for Nonproliferation Policy Education, ha parlato di un "pensiero magico" quello dell'amministrazione, che crede di poter controllare un programma di arricchimento saudita senza che questo si trasformi in un'arma.
La preoccupazione è che, come affermato da un analista di Bloomberg Economics, gli Stati Uniti stiano concedendo all'Arabia Saudita esattamente ciò per cui sono andati in guerra contro l'Iran: la capacità di arricchire l'uranio. Ora l'accordo verrà sottoposto all'esame del Congresso, che avrà la possibilità di votare una risoluzione di disapprovazione, ma la soglia per bloccare l'iniziativa presidenziale appare, nella pratica, molto alta.
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