L’export cinese e il muro dei dazi: dove finirà il fiume di merci respinto dagli Usa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I numeri, da soli, bastano a raccontare la portata di uno scontro che rischia di travolgere gli equilibri globali: 439 miliardi di dollari di merci cinesi, un tempo destinati agli Stati Uniti, si trovano ora bloccati da una barriera di dazi che Pechino definisce "ingiusta", ma che Washington considera una necessità per proteggere la propria industria. La domanda, oggi, è una sola: dove verranno reindirizzati quei container, quegli stock di prodotti che le fabbriche del Dragone continuano a sfornare a ritmi insostenibili per gran parte del mondo?

L’Europa, i vicini asiatici, le economie più fragili del Sud globale osservano con apprensione l’onda anomala che potrebbe investirli. Se da un lato Pechino si proclama dalla "parte giusta della storia", come ha ribadito un alto funzionario economico, dall’altro le aziende straniere che operano in Cina si trovano strette in una morsa senza precedenti. Per loro, infatti, i dazi colpiscono due volte: al 25% sulle esportazioni verso gli Usa e al 25% sulle materie prime statunitensi importate per assemblare i prodotti. Un cortocircuito che rischia di soffocare intere filiere.

Nei porti americani, intanto, gli arrivi di merce cinese calano sensibilmente, mentre le borse europee – Milano in testa, trainata dalle operazioni su Banco Bpm e Mediobanca – sembrano per ora ignorare la tempesta. Ma è solo questione di tempo prima che gli effetti si facciano sentire. Il vero nodo, tuttavia, resta quello delle rotte alternative: se l’Asia potrebbe assorbire parte dell’eccesso di offerta, per l’Europa il rischio è un’invasione di beni a prezzi stracciati, con conseguenze imprevedibili per le imprese locali.

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