Blitz della Dda a Roma: arrestati i vertici del clan Senese, tra cui il fratello del boss e l'ex vice di 'Diabolik'
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Redazione Interno
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Un'operazione di vasta portata, scattata nelle prime ore di venerdì 5 dicembre, ha inferto un duro colpo ai vertici della criminalità organizzata nella Capitale. I carabinieri del Comando Provinciale di Roma, su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno eseguito quattordici misure cautelari in carcere, colpendo nel profondo la struttura operativa del clan Senese. Le accuse, che delineano un quadro di violenza sistematica e di metodi tipici della matrice mafiosa, spaziano dal tentato omicidio al tentato sequestro di persona aggravato, fino a un ampio ventaglio di estorsioni e alla detenzione di un arsenale bellico. Tra gli arrestati, figura in posizione di primo piano Angelo Senese, considerato il braccio destro e il fratello del più noto Michele, soprannominato "’O Pazz", a lungo uno dei nomi più ingombranti della malavita romana.
L'asse criminale e le faide nella capitale
L'inchiesta, che ha permesso di smantellare una fitta rete dedita al controllo del territorio attraverso la paura, getta luce anche sulle intricate e pericolose relazioni tra diversi gruppi. Tra le persone condotte in carcere, gli investigatori hanno infatti arrestato Ettore Abramo, conosciuto con l’alias "Pluto", il quale in passato aveva ricoperto il ruolo di vice di Fabrizio Piscitelli, il boss storico della banda della Magliana noto come "Diabolik", la cui tragica fine ha segnato un capitolo di cronaca nera. L'inclusione di una figura di tale spessore nell'operazione suggerisce, come emerso dalle indagini, l'esistenza di contatti e di tensioni, talvolta sfociate in episodi di estrema violenza, tra il clan Senese e altre realtà criminali consolidate, come il clan Di Lauro, con cui si sarebbero contesi lucrosi affari nello spaccio di sostanze stupefacenti.
Il perimetro delle accuse a carico del gruppo
Le attività illecite attribuite agli arrestati, molte delle quali aggravate dall'applicazione del "metodo mafioso", disegnano un'organizzazione che imponeva il proprio potere con ferocia. Le estorsioni, alcune delle quali finalizzate espressamente a finanziare e sostenere le attività dell'associazione, rappresentavano la colonna portante di un sistema di prelievo forzoso dai commercianti e dagli imprenditori della zona, costretti al silenzio dalla minaccia di ritorsioni. Parallelamente, il traffico di droga costituiva una fonte di ingenti proventi, gestita con metodi spregiudicati che hanno alimentato conflitti sanguinosi per il controllo delle piazze di spaccio. Non secondaria, in questo contesto, è la scoperta di arsenali, con armi da fuoco detenute illegalmente e pronte all'uso, che sottolinea la propensione del gruppo a ricorrere alla forza bruta per risolvere qualsiasi controversia o per eliminare ostacoli e rivali.
Gli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria
L'azione della Dda si è concentrata sullo snodo cruciale di un'indagine che ha ricostruito, attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche, collaborazioni e meticolose analisi finanziarie, una lunga serie di reati. Il tentato omicidio e il tentato sequestro di persona, episodi tra i più gravi contestati, sono stati analizzati nei minimi dettagli dagli inquirenti, i quali ne hanno evidenziato la pianificazione e la finalità intimidatoria o punitiva. La misura cautelare emessa dal giudice, che ha coinvolto figure di primo e di secondo piano, mira a neutralizzare temporaneamente la capacità operativa del sodalizio, impedendo ai suoi membri, molti dei quali considerati pericolosi per la società, di continuare a influenzare la vita economica e sociale di interi quartieri. L'operazione, peraltro, si inserisce in un quadro più ampio di contrasto al radicamento delle mafie nel centro-nord del Paese, dimostrando come i clan, pur lontani dai loro territori d'origine, replichino modelli criminali consolidati, fondati sull'omertà e sulla coercizione.




