Omicidio a Milano Certosa, il branco di 17 persone massacrò Ibarra già a terra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non ci sono state vie di fuga, quella notte, per Gianluca Ibarra Silvera. Il decreto di fermo firmato dal pm Elio Ramondini – un documento che getta luce sulla ferocia inaudita dell’agguato – racconta di un corpo trascinato e scaraventato nell’intercapedine tra la sponda del binario 6 e il muro di cinta della stazione Milano Certosa.

Il 22enne, di origini sudamericane, era già a terra in quel frangente: i suoi aggressori, accertato che non potesse più scappare, lo hanno raggiunto per infliggergli almeno una trentina di ferite, usando coltelli o cocci di bottiglia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, si è trattato di un vero e proprio accanimento clinico contro un ragazzo che, incensurato e lavoratore nel settore degli allestimenti fieristici insieme al padre, non aveva alcun legame con la criminalità.

L’evento, risalente alla notte tra il 26 e il 27 maggio, ha scosso profondamente la periferia nord del capoluogo lombardo, riaprendo le ferite mai rimarginate del fenomeno delle gang giovanili.

L’agguato dopo il diverbio e il ritrovamento dei corpi

Tutto ebbe inizio, in realtà, con un incontro apparentemente banale. Poco prima delle 22, il padre della vittima, la compagna di lui, il fratello minore e un amico colombiano di 32 anni avevano incrociato un gruppo numeroso nei pressi del sottopasso. Secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori della Squadra mobile – diretti dal dirigente Alfonso Iadevaia – i componenti di quella combriccola si sarebbero qualificati come “Latin King” o “i re della zona”, mimando simboli con le mani e cercando l’intimidazione.

La famiglia Ibarra ignorò la provocazione e fece ritorno a casa, ma i due fratelli e l’amico dovettero tornare indietro verso lo scalo per prendere un treno diretto a Segrate. È in quel lasso di tempo che si è consumata la tragedia: il branco, forte di almeno diciassette elementi (anche se non tutti hanno partecipato materialmente alla fase finale dell’omicidio), li ha rincorsi urlando insulti in spagnolo e scagliando sassi e bottiglie. Gianluca inciampò tre volte lungo le traversine, mentre il fratello riuscì a nascondersi.

Quando il corpo fu colpito a morte, gli aggressori lo sollevarono, lo trascinarono e lo occultarono nell’intercapedine, prima di darsi alla fuga su un treno regionale diretto a Treviglio.

La caccia al secondo uomo e il fermo del diciannovenne

A distanza di oltre una settimana, il cerchio attorno agli esecutori materiali si è stretto, portando all’emissione di due provvedimenti di fermo da parte della Procura di Milano. Il primo è stato eseguito ai danni di un diciannovenne di origini peruviane, residente a Canegrate, che gli investigatori hanno riconosciuto grazie ai racconti del fratello della vittima e dell’altro sopravvissuto.

Nei suoi confronti, la giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla dovrà valutare la richiesta di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dal numero degli aggressori. Esiste però un secondo provvedimento di fermo – attualmente inevaso – che ha per destinatario un giovane italiano di circa vent’anni, figlio di una famiglia di origine peruviana; secondo le ultime informazioni fornite dagli inquirenti, il ricercato si sarebbe già dileguato all’estero, molto probabilmente in Spagna.

Otto, in totale, le persone iscritte nel registro degli indagati, tutte residenti tra Milano e i comuni limitrofi, tra le quali figurerebbe anche un noto trapper del posto, ripreso dalle telecamere di sorveglianza durante l’assalto.

Le tracce dei Latin King e i precedenti nella stazione

La scena del crimine ha restituito agli inquirenti particolari inquietanti, tra cui alcuni graffiti con la sigla “LK” tracciati sui muri dello scalo e sui segnali stradali, un tentativo – secondo gli esperti – di marcare il territorio come avviene nelle pandillas statunitensi da cui questi gruppi traggono ispirazione. L’inchiesta coordinata dal pm Elio Ramondini e dall’aggiunta Bruna Albertini sta cercando di stabilire se gli aggressori fossero effettivamente affiliati ai Latin King o se abbiano semplicemente sfruttato quel simbolo per incutere terrore.

Un altro elemento che ha catturato l’attenzione della polizia riguarda un precedente raid avvenuto nel primo pomeriggio dello stesso 26 maggio, sempre all’interno della stazione Certosa: alcuni testimoni hanno riferito di lanci di bottiglie contro un gruppo di giovani, e non si esclude che la vittima sia stata scambiata per uno dei partecipanti a quella precedente lite o per un membro di una banda rivale.

Proprio l’assenza di un movente chiaro – e la totale estraneità di Ibarra a qualsiasi giro criminale – rende la dinamica dell’omicidio ancora più difficile da archiviare come un semplice regolamento di conti. Il padre della vittima, che abita a poca distanza dai binari, ha dichiarato di aver sentito le urla del figlio affacciandosi alla finestra: “Papà, non lasciarmi morire”, sarebbero state le ultime parole del 22enne prima di soccombere all’emorragia causata dalla lesione dell’arteria femorale.

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