Omicidio a Milano Certosa, l’azione preordinata del branco e la fuga del ventenne latitante
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Redazione Interno
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Non un litigio degenerato, ma un agguato pensato, organizzato e portato a termine con una ferocia che la semplice dinamica della rissa non può giustificare. Questa, in estrema sintesi, l’ipotesi al centro del decreto di fermo firmato dal pm Elio Ramondini e dalla procuratrice aggiunta Bruna Albertini per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne di origini sudamericane ucciso nella notte tra il 26 e il 27 maggio alla stazione Milano Certosa.
I magistrati hanno infatti contestato l’aggravante della premeditazione a carico dei componenti di quello che descrivono come un gruppo agguerrito e coeso, un’accusa che trasforma l’aggressione – avvenuta sui binari del fronte Villapizzone – in un’esecuzione pianificata.
Secondo la ricostruzione della Procura, sarebbero almeno diciassette i soggetti direttamente coinvolti nel massacro, un numero impressionante se confrontato con la solitudine della vittima, caduta a terra dopo un inseguimento durato pochi minuti e letteralmente sommersa da una pioggia di fendenti inferti con coltelli e cocci di bottiglia; a questi si aggiungerebbero altre nove persone ancora prive di un’identità, il che suggerisce un quadro investigativo in continua evoluzione, con tasselli che gli inquirenti stanno cercando di ricomporre attraverso testimonianze e immagini delle telecamere.
Un corpo trascinato e gettato nell’intercapedine
La dinamica restituita dagli atti giudiziari è quella tipica di una caccia, in cui il ruolo del branco non è lasciato al caso. Il gruppo, che si sarebbe auto-definito come appartenente ai ‘Latin King’, avrebbe prima circondato la preda, disponendosi lungo le banchine per tagliarle ogni via di fuga. Dopo un primo diverbio, avvenuto intorno alle 21.
50 nel sottopasso della stazione, ne è seguito l’inseguimento: un ventenne e un altro giovane che erano con Ibarra Silvera sono riusciti a salvarsi, mentre il ventiduenne, forse inciampando o venendo colpito da un lancio di sassi e bottiglie, è caduto rovinosamente a terra. Ed è lì, nella posizione più vulnerabile, che la furia si è scatenata. La Procura parla di almeno trenta ferite – concentrate al tronco, alla schiena e agli arti – inferte mentre la vittima era ormai accerchiata e inerme, prima prono e poi supino.
Quel che resta impresso dalla lettura del decreto è però il gesto successivo all’assassinio: i carnefici non si sono limitati ad abbandonare il corpo sul binario, ma lo hanno trascinato per alcuni metri, scaraventandolo in una “stretta e profonda intercapedine” compresa tra la sponda ferroviaria e la parete di cinta della stazione. Un tentativo, forse dettato dalla fretta di nascondere l’evidenza del crimine prima dell’arrivo dei soccorsi, che non ha però impedito il ritrovamento del cadavere avvenuto intorno alle 22.
15, con la successiva morte del ragazzo dichiarata in ospedale alle 23.30.
Due fermi e un ricercato all’estero
Le indagini coordinate dalla Squadra Mobile di Milano hanno portato finora a otto indagati, tutti residenti tra il capoluogo lombardo e i comuni limitrofi, ma le maglie del provvedimento restrittivo si sono strette solo su due di loro. Il primo è Jefferson Smit Echevarra Verano, un diciannovenne di origini peruviane – fermato venerdì – per il quale il pm ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere, mentre la gip Sara Cipolla si prepara a interrogarlo.
Su di lui pesano accuse pesantissime, aggravate non solo dalla premeditazione ma anche dal numero spropositato di concorrenti nell’omicidio. Ben più sfuggente si è rivelato il secondo destinatario del decreto di fermo: si tratta di un ventenne italiano, con famiglia di origini peruviane, che avrebbe già varcato i confini nazionali.
Secondo le ultime verifiche degli inquirenti, il ragazzo – forse spaventato dall’ondata mediatica seguita al delitto o avvertito da qualche contatto – si sarebbe rifugiato all’estero, probabilmente in Spagna, rendendo necessaria una rogatoria internazionale per assicurarlo alla giustizia. La sua posizione appare al momento la più delicata, perché la latitanza internazionale complica i tempi di un’arresto che altrimenti sarebbe potuto avvenire in poche ore.
Tra self-proclamazioni e misteri sul movente
Resta ancora avvolta nel mistero la scintilla che ha fatto scattare la violenza, nonostante la Procura abbia già ricostruito con precisione logistica i minuti precedenti l’omicidio. Quello che trapela dalle intercettazioni e dai primi interrogatori è che il gruppo degli aggressori avrebbe esplicitamente dichiarato – o “millantato”, come spesso avviene in questi contesti giovanili – la propria affiliazione ai Latin King, storica organizzazione di strada nata tra le comunità latine negli Stati Uniti e trapiantata anche nelle periferie milanesi.
Tuttavia, gli investigatori procedono con estrema cautela nel validare questa auto-attribuzione, consapevoli che in molti episodi di cronaca recente la sigla viene usata più come un’intimidazione estemporanea che come una reale appartenenza strutturata.
Non è stato ancora chiarito, inoltre, se il movente risieda in un banale sguardo di troppo, in una faida tra bande per il controllo dello spaccio nelle aree di Villapizzone e Certosa – storicamente punti caldi del degrado cittadino – o se invece si tratti di un agghiacciante “rito di iniziazione” volto a cementare il gruppo attraverso la violenza estrema.
A complicare il mosaico c’è la presenza, nella lista degli indagati, di un trapper ventenne popolare sui social, Oma Jair Rey Cordova, la cui immagine è emersa da alcuni fotogrammi delle telecamere di sorveglianza e da racconti di testimoni che quella sera si trovavano sui binari.




