Scoperta una variante genetica che allontana l’invecchiamento patologico: lo studio italiano sui centenari

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il segreto dei centenari, quelli che attraversano il secolo di vita senza soccombere alle malattie più temute dell’età avanzata, potrebbe essere custodito in una manciata di lettere del codice genetico. Una variante, per l’esattezza, capace di tenere a bada ipertensione, aterosclerosi e declino neurologico. A sostenere questa tesi – che non è un’ipotesi ma il risultato di una ricerca strutturata – è il gruppo guidato da Annibale Puca, neurologo e professore di Genetica all’Università di Salerno, i cui dati sono stati presentati a Roma nel corso della terza edizione della “ALC Aging and Longevity Conference”. L’elemento centrale, spiegano gli autori del lavoro, è rappresentato dal gene Lav: una firma molecolare che, laddove presente, sembra esercitare un’azione protettiva simultanea su cuore e cervello, due organi che con l’avanzare degli anni diventano bersagli privilegiati di processi degenerativi.

Una protezione doppia: cuore e cervello sotto la stessa guardia genetica

Ciò che rende questa scoperta particolarmente rilevante – e potenzialmente rivoluzionaria per la medicina preventiva – è la duplice efficacia della variante individuata. Non ci troviamo di fronte a un singolo effetto collaterale fortunato, ma a un meccanismo che agisce in parallelo su malattie cardiovascolari e neurodegenerative, due universi clinici spesso trattati separatamente. La ricerca condotta da Puca, che è anche investigatore presso il MultiMedica, ha evidenziato come i portatori di questa variante mostrino una resistenza significativamente maggiore all’ipertensione e all’aterosclerosi, due tra le principali cause di mortalità nell’anziano. A queste si aggiunge una sorta di scudo nei confronti del deterioramento cognitivo, un aspetto che apre scenari interessanti anche per forme di degenerazione precoce e per alcune malattie rare.

Dalla ricerca di base ai possibili bersagli terapeutici

Se da un lato lo studio si fonda sull’analisi di individui longevi – in particolare quelli del Cilento, area nota per l’alta concentrazione di centenari – dall’altro i ricercatori hanno già iniziato a proiettare le loro conclusioni verso applicazioni concrete. La variante genetica, infatti, non rappresenta soltanto una chiave interpretativa del fenomeno della longevità in salute, ma anche un potenziale bersaglio terapeutico. Tradotto: comprendere come funziona questo gene significa poter immaginare un giorno di replicare i suoi effetti protettivi anche in chi non ne è naturalmente fornito. Un’eventualità, quest’ultima, che riguarderebbe non solo gli anziani ma anche pazienti affetti da patologie a esordio precoce, dove l’invecchiamento cellulare accelera drammaticamente i tempi.

Nessuna ricetta comportamentale, solo una firma scritta nel Dna

A differenza di altri approcci – quelli, per esempio, che elencano abitudini tratte dalle cosiddette zone blu o da studi longitudinali su ultraottantenni – qui non si parla di dieta, di movimento o di relazioni sociali. Il meccanismo in questione è endogeno, ereditabile e indipendente dallo stile di vita, sebbene quest’ultimo possa certamente modularne l’espressione. I dati più aggiornati del 2026, per chi segue il filone dell’epigenetica e della longevità attiva, confermano che esistono comportamenti ricorrenti tra chi supera i novanta anni in buona salute: una alimentazione ipocalorica ma bilanciata, un sonno regolare, una gestione dello stress che passa attraverso micro-pause quotidiane. Eppure, nessuna di queste abitudini – utili per over quaranta e cinquanta in cerca di strategie realistiche – potrebbe mai sostituire o eguagliare l’efficacia di una variante protettiva come quella descritta dal gruppo di Puca. La vera novità, insomma, sta nell’aver isolato un meccanismo molecolare preciso, non nell’aver stilato l’ennesimo decalogo del “vivere a lungo”.

Le implicazioni per la medicina del futuro e le malattie rare

L’aspetto forse meno intuibile, ma non per questo secondario, riguarda il potenziale impatto della scoperta su patologie che nulla hanno a che fare con la terza età. Malattie genetiche rare, forme di invecchiamento precoce o sindromi degenerative che esordiscono già nell’età adulta potrebbero trarre beneficio da un approccio terapeutico ispirato al funzionamento di questo gene. Non si tratta, va chiarito, di una cura già disponibile né di una sperimentazione imminente su larga scala. Tuttavia, il lavoro presentato a Roma getta le basi per un cambio di paradigma: invece di inseguire i sintomi dell’invecchiamento uno per uno (la pressione alta, le placche arteriose, la perdita di neuroni), si potrebbe agire a monte, rafforzando i sistemi naturali di resilienza che alcuni individui già possiedono. E se la longevità è sempre stata considerata una combinazione di fortuna, genetica e ambiente, ora almeno uno di questi tre fattori ha un nome, una sequenza e una logica terapeutica potenziale.

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