Il segreto dei centenari del Cilento diventa una terapia: la variante genetica Lav pronta a rivoluzionare la lotta all’invecchiamento

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il gruppo di lavoro guidato da Annibale Puca, neurologo e professore di Genetica all’università di Salerno, ha presentato a Roma, nel corso della terza edizione della ALC (Aging and Longevity Conference), i risultati di una ricerca che potrebbe riscrivere le regole della medicina rigenerativa. Partendo dall’analisi del Dna di circa seicento centenari residenti nel Cilento, i ricercatori – che hanno confrontato questi dati con campioni di popolazione generale – sono riusciti a isolare una variante genetica specifica, nota come Lav (Longevity associated variant), in grado di esercitare un’azione protettiva su cuore e cervello. Non si tratta, va detto, di una semplice scoperta statistica: l’elemento di rottura risiede nella capacità di questa proteina mutata di contrastare patologie tipiche dell’età avanzata, come l’ipertensione, l’aterosclerosi e alcune forme neurodegenerative, mitigando al contempo il deterioramento cardiaco anche in condizioni estreme come la progeria, la rara sindrome che causa un invecchiamento precoce.

I test sugli animali e la svolta sulla Corea di Huntington

La validazione sperimentale, iniziata su modelli animali e proseguita *in vitro* su cellule umane del sistema immunitario, ha prodotto risultati che gli stessi scienziati definiscono sorprendenti. La variante Lav non si è limitata a rallentare il declino fisiologico; in alcuni contesti, ha mostrato di saper “ringiovanire” un cuore anziano e recuperare le funzionalità di un cuore diabetico, bloccando i processi infiammatori che sono alla base dell’aterosclerosi. Ancora più rilevante, sul piano delle applicazioni future, è l’effetto osservato a livello cerebrale, dove il trattamento con Lav ha dimostrato di proteggere da patologie gravi come la Corea di Huntington. L’aspetto forse più innovativo della ricerca, come spiega il professor Puca, risiede nel metodo: confrontando il Dna dei centenari con quello della popolazione generale, è stato generato un vero e proprio catalogo di varianti geniche, separando quelle “arricchite” (protettive) da quelle “depauperate” (nocive), che i centenari tendono a perdere nel tempo.

Dalla proteina alla terapia genica: la strada verso l’uomo

Se la scoperta della variante Lav rappresenta la chiave teorica, il passo successivo – quello della sperimentazione clinica – è già stato avviato oltreoceano, segnando un cambio di paradigma nella lotta alle patologie degenerative. La società Life Biosciences di Boston, forte di un finanziamento che ha superato i 240 milioni di dollari, si prepara infatti a testare sull’uomo un meccanismo che fino a ieri sembrava confinato alla fantascienza. Il primo obiettivo, come spiegato dalla direttrice scientifica Sharon Rosenzweig-Lipson a *Nature*, non è il ringiovanimento integrale dell’organismo (un traguardo ancora lontano e nebuloso), ma la cura di forme gravi di cecità legate all’età, come il glaucoma e la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica. La terapia proposta, che ha ottenuto il via libera dalla Fda, si basa su una tecnologia complessa e non scevra da rischi: un virus modificato (un AAV2) viene utilizzato come vettore per trasportare tre “geni della giovinezza” (i fattori Yamanaka Oct-4, Sox-2 e Klf-4) direttamente all’interno dell’occhio.

La sfida della sicurezza e il meccanismo dell’interruttore

Per comprendere l’importanza di questo passaggio, occorre ricordare che la riprogrammazione cellulare – la tecnica che fa tornare le cellule a uno stato più giovane – è una lama a doppio taglio. Attivata in modo incontrollato, può causare la formazione di teratomi o tumori, proprio perché spinge le cellule a perdere la loro identità specifica. Per evitare questo scenario, gli scienziati della Life Biosciences hanno implementato un meccanismo di sicurezza definito “parziale” o “transitorio”. I geni di riprogrammazione sono stati dotati di un interruttore genetico che ne consente l’attivazione solo in presenza di un particolare antibiotico (la doxiciclina), che il paziente assumerà per bocca. In pratica, è il medico a decidere quando accendere e spegnere il “ringiovanimento” cellulare, riducendo drasticamente il rischio di effetti collaterali devastanti. Se i test sull’occhio avranno successo, la strada sarà spianata per applicare la stessa logica – cioè copiare la “saggezza” del genoma dei centenari – ad altri organi vitali come fegato e cuore, anche se, ammoniscono i ricercatori, ciò che funziona in un sistema isolato come l’occhio potrebbe rivelarsi molto più complesso da realizzare nell’intricato ecosistema del umano.

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