Pensioni, le quote e lo stop alla speranza di vita costano 41,3 miliardi in sette anni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Le misure di flessibilità in uscita dal lavoro introdotte dal decreto-legge n. 4 del 2019 e dalle successive proroghe hanno comportato oneri complessivi per 41,286 miliardi di euro nel periodo compreso tra il 2019 e il 2025. È il conto aggiornato che emerge dal rapporto «Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario» della Ragioneria generale dello Stato, il documento che fotografa l’impatto finanziario della stagione delle pensioni anticipate inaugurata con Quota 100.
La scomposizione del conto
A pesare maggiormente sul totale sono le cosiddette «quote» e il blocco dell’adeguamento dei requisiti contributivi alla speranza di vita per chi accedeva al pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne. Questa voce da sola vale poco più di 36 miliardi. Il resto, circa 5,27 miliardi, è riconducibile a Opzione donna, la misura riservata alle lavoratrici che accettavano il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno in cambio di un’uscita anticipata.
La Ragioneria dettaglia anche il profilo temporale della spesa, che ha toccato il picco nel 2022 con oltre 8,1 miliardi, per poi scendere progressivamente fino ai 3,459 miliardi del 2025.
I requisiti delle diverse quote
Quota 100, introdotta dal governo Conte e rimasta in vigore dal 2019 al 2021, consentiva di lasciare il lavoro con 62 anni di età e 38 anni di contributi. A questa ha fatto seguito Quota 102, sperimentale per il solo 2022, che alzava il requisito anagrafico a 64 anni mantenendo invariati i 38 anni di contribuzione. Nel 2023 è stata la volta di Quota 103, con 62 anni di età e 41 anni di contributi, inizialmente prevista per un anno e poi prorogata con requisiti più stringenti.
La stessa Ragioneria osserva che il peso delle proroghe successive al provvedimento del 2019 è risultato significativamente più contenuto, sia per l’inasprimento dei parametri sia per la riduzione del periodo di anticipo effettivamente riconosciuto.
L’effetto sui flussi di pensionamento
I numeri sulle liquidazioni riflettono l’andamento delle diverse fasi normative. Nel 2019, primo anno di Quota 100, le pensioni anticipate sono state 335.438 a fronte di 118.421 pensioni di vecchiaia. Il rapporto si è mantenuto simile anche nei due anni successivi, con circa 334 mila uscite anticipate nel 2020 e quasi 331 mila nel 2021. La tendenza si è invertita dal 2022 in poi, quando le pensioni anticipate sono scese a 298.853, poi a 254.821 nel 2023 e a 231.814 nel 2024, fino alle 214.576 del 2025. Nello stesso anno le pensioni di vecchiaia hanno raggiunto quota 266.379, superando per la prima volta nel periodo considerato il numero delle uscite anticipate. L’età media di chi ha lasciato il lavoro in anticipo si è attestata a 61,8 anni, contro i 67,4 anni di chi è andato in pensione per vecchiaia.
Il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita
Il blocco dell’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita rappresenta una delle voci più pesanti del conto complessivo. Il meccanismo, introdotto dall’articolo 12-ter del decreto-legge n. 78 del 2010, prevede che l’Istat renda disponibile annualmente il dato sulla variazione della speranza di vita a 65 anni e che i requisiti pensionistici vengano rivisti in base a tale incremento, con una cadenza biennale a partire dal 2019 e un tetto massimo di tre mesi per ogni adeguamento.
Il congelamento di questo automatismo per le uscite anticipate con 42 anni e 10 mesi di contributi ha di fatto sottratto risorse significative, che la Ragioneria quantifica in oltre 36 miliardi nell’arco dei sette anni considerati.
Le uscite anticipate nel confronto europeo
L’Italia si colloca tra i Paesi europei con la maggiore longevità: secondo i dati Eurostat relativi al 2024, gli uomini italiani figurano al secondo posto per speranza di vita con 81,5 anni, preceduti solo dagli svedesi, mentre le donne si posizionano al terzo posto con 85,6 anni, dietro a francesi e svedesi. Nel 2025 l’Istat stima un ulteriore incremento, con una speranza di vita alla nascita di 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, un divario di genere ridotto a quattro anni, il livello più contenuto dal 1953.
Sono dati che incidono strutturalmente sul calcolo dei requisiti pensionistici e che rendono particolarmente oneroso, per i conti pubblici, qualsiasi intervento che sospenda l’agganciamento automatico delle soglie di uscita all’evoluzione demografica.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
