La svolta di Netanyahu: un documento segreto ordina la repressione della violenza dei coloni in Cisgiordania
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Una direttiva inedita, finora rimasta confinata nei circuiti ristretti del gabinetto di sicurezza, getta luce su una frattura silenziosa ma profonda all’interno della strategia israeliana per la Cisgiordania. Il documento, visionato in esclusiva da Euronews, porta la firma dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu e rappresenta una sterzata tanto inaspettata quanto politicamente delicata: ordina all’esercito e alla polizia di reprimere con decisione la violenza dei coloni contro i palestinesi. Una mossa, questa, che si configura come estremamente insolita per un’amministrazione che, sotto la spinta di alleati di governo di estrema destra, ha costantemente favorito l’espansione insediativa nei territori occupati. Le istruzioni, contenute in un documento non pubblico intitolato "Direttiva del Primo Ministro sulla lotta ai crimini nazionalisti in Giudea e Samaria" – quest’ultimi i nomi biblici con cui i vertici nazionalisti indicano la regione – sembrano voler arginare un fenomeno, quello degli attacchi dei coloni, che negli ultimi mesi ha raggiunto livelli di intensità tali da mettere a rischio la stabilità stessa del territorio.
Le ragioni di una retromarcia: dal fronte libanese alla “fiamma” interna
A rendere ancora più significativa questa direttiva è il contesto militare in cui viene emanata. L’esercito israeliano (Idf) ha infatti annunciato, la scorsa settimana, il ridispiegamento di truppe provenienti dal fronte libanese – un teorema di guerra attivo – verso la Cisgiordania, con l’obiettivo dichiarato di frenare le azioni dei coloni estremisti. Si tratta di una scelta operativa senza precedenti, che sottrae risorse a un conflitto esterno per concentrarle su una frattura interna, segno evidente che per lo Stato maggiore l’instabilità generata dai cosiddetti "Hilltop Youth" (gioventù delle alture) ha superato la soglia di guardia. Il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, aveva del resto lanciato un allarme chiaro nei giorni precedenti, parlando di un esercito prossimo al collasso a causa della carenza cronica di effettivi, dovuta al dispiegamento su fronti multipli: Gaza, il Libano, la Siria e, appunto, la Cisgiordania. Di fronte a questo scenario, la direttiva di Netanyahu – che in passato aveva liquidato la violenza dei coloni come opera di pochi estremisti isolati – si traduce in un cambio di passo operativo: le truppe presenti in Cisgiordania verranno "rinforzate per garantire una presenza effettiva nelle aree di frizione".
Sanzioni economiche e una frecciata ai ministri dell’ultradestra
Il documento, oltre all’aspetto prettamente operativo, introduce strumenti di pressione inediti. Viene delineato un regime di sanzioni economiche mirate contro quei coloni che procedono all’installazione di nuovi avamposti illegali, una misura pensata per scoraggiare la creazione di "fatti sul terreno" che costringono poi l’esercito a dispiegare risorse preziose per lo sgombero. Ma la parte forse più delicata della direttiva risiede nell’invito rivolto ai ministri del governo a sostenere "la lotta contro i crimini nazionalisti". Un’espressione, questa, che a Gerusalemme è stata letta come una velata ammonizione rivolta ai due esponenti più influenti dell’ala dura, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Entrambi, noti per il loro sostegno incondizionato al movimento degli insediamenti, hanno in passato elogiato i giovani estremisti definendoli "pionieri", una retorica che oggi si scontra frontalmente con l’esigenza di ordine pubblico. Per arginare il fenomeno, il documento prevede addirittura l’istituzione di un’amministrazione speciale all’interno del ministero della Difesa, incaricata di gestire i giovani a rischio di radicalizzazione attraverso interventi educativi e terapeutici, un approccio che riconosce la natura strutturale e generazionale del problema piuttosto che relegarlo alla mera devianza individuale.
Un bilancio di sangue e l’isolamento della diaspora ebraica
La stretta ordinata dal premier arriva mentre il bilancio umano sul terreno si fa sempre più pesante. I dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferiscono di un aumento vertiginoso degli attacchi: oltre 1.800 episodi di violenza da parte dei coloni sono stati registrati nel corso dell’anno, con circa 1.600 palestinesi costretti a lasciare le loro case. Un flusso di violenza che accompagna le operazioni militari israeliane – come quelle condotte a Tallouza, dove fonti locali raccontano di raid all’alba e arresti di donne e uomini – e che ha portato il numero dei palestinesi uccisi in Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 a superare la drammatica soglia dei mille, tra cui adolescenti come Adham Dahman, ammazzato dall’esercito. In questo quadro di escalation, il dissenso verso le politiche del governo inizia a farsi sentire anche in settori tradizionalmente vicini a Israele. Più di mille membri della diaspora ebraica hanno firmato una lettera aperta indirizzata al presidente Isaac Herzog, condannando senza mezzi termini gli abusi perpetrati dai coloni nei territori occupati. Un atto di rottura che mette in luce la crescente difficoltà di molti ebrei al di fuori dei confini nazionali a riconoscersi in una politica di espansione e violenza, chiedendo esplicitamente la fine di una deriva che, sottolineano i firmatari, va avanti da decenni.




